Inchiesta «Why Not», chiuse le indagini 17-12-2008
Verso l’archiviazione per Romano Prodi

Virginia Piccolillo (05 dicembre 2008)
DAL CORRIERE.IT, SI RIPORTA:
Inviati 106 avvisi di conclusione: tra i destinatari Loiero e Chiaravalloti. Esclusi l’ex premier, Gozi e Scarpellini
CATANZARO – La Procura generale di Catanzaro ha chiuso il fascicolo d’indagine relativo all’inchiesta «Why Not» e sono stati inviati avvisi di conclusione a 106 indagati (molti dei quali, come il presidente calabrese Loiero, avevano già ricevuto l’avviso di garanzia nei mesi scorsi). Nessuna notifica a Romano Prodi, per cui si profila dunque l’ipotesi di richiesta di archiviazione da parte del gip. Sarebbero destinati a uscire dall’inchiesta anche il parlamentare del Pd Sandro Gozi e Pietro Scarpellini.
LOIERO E CHIARAVALLOTI - Tra i destinatari degli avvisi figurano invece nomi di enorme rilievo, come il Presidente della Calabria Agazio Loiero, l’ex Presidente Giuseppe Chiaravalloti, assessori ed ex assessori regionali, consiglieri, il sindaco di Cosenza Salvatore Perugini, politici, funzionari regionali. Tra i destinatari figura inoltre il deputato del Pdl Giovanni Dima, ex consigliere regionale di An in Calabria.
ALTRI NOMI – Altri coinvolti sono il capogruppo del Pd alla regione ed ex vice presidente della giunta Nicola Adamo; il consigliere regionale e imprenditore Sergio Abramo, candidato del centrodestra alle presidenza della Regione nelle elezioni del 2005; l’ex consigliere regionale Domenico Basile, di An; l’ex consigliere regionale dell’Udc Dioniso Gallo; il consigliere regionale di Fi Giuseppe Gentile; gli assessori regionali Luigi Incarnato dello Sdi e Mario Pirillo del Pd; l’ex assessore alla Sanità Giovanni Luzzo, dell’Udc; il consigliere regionale di An Franco Morelli; l’ex parlamentare dell’Udeur Ennio Morrone; il consigliere regionale di Fi Antonio Pizzini; il consigliere regionale di An Antonio Sarra; l’ex assessore regionale all’Ambiente dei Verdi Diego Tommasi e l’ex assessore regionale dell’Udeur Pasquale Maria Tripodi. Infine ha ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini la superteste dell’inchiesta «Why Not», Caterina Merante, cui viene contestata la violazione della legge in materia di occupazione e mercato del lavoro. Con le sue dichiarazioni all’allora pm di Catanzaro Luigi de Magistris, Merante aveva dato il via all’inchiesta poi avocata dalla Procura generale.
LE ACCUSE - Con la chiusura dell’inchiesta l’indagine entra nella fase decisiva. Gli indagati avranno 20 giorni di tempo dalla notifica per chiedere di essere sentiti o per depositare memorie difensive. Quindi la Procura deciderà se chiedere il rinvio a giudizio o il proscioglimento dei singoli. Nell’atto, previsto come atto conclusivo delle indagini preliminari, sono ipotizzati numerosi reati: dall’associazione per delinquere all’abuso d’ufficio, alla turbata libertà degli incanti, dalla truffa alla truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, dalla frode nelle pubbliche forniture al peculato, dalla corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio all’istigazione alla corruzione, dall’estorsione alla falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici. Nel provvedimento gli indagati sono raggruppati per capitoli in relazione alla vicenda che li riguarda, con l’enunciazione dell’ipotesi di accusa. Alcuni indagati sono accusati di più reati.
PRODI E MASTELLA – Già a marzo di quest’anno la Procura di Catanzaro aveva chiesto al gip l’archiviazione per le accuse riguardanti Prodi e l’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella. Entrambi erano stati iscritti nel registro degli indagati da de Magistris, che ipotizzava nei loro confronti l’accusa di abuso d’ufficio nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte frodi milionarie ai danni dell’Unione Europea.
DAL CORRIERE.IT, SI RIPORTA
La testimone: «In almeno tre occasioni Antonio mi parlò di incontri avuti con Mancino»
ROMA — Stavolta a dirlo sono le carte della procura di Salerno e le agende di Antonio Saladino. Luigi De Magistris aveva puntato le indagini verso un intreccio potente di interessi. Un grumo di affari, potere, amicizie eccellenti che metteva d’accordo politici di maggioranza e opposizione, magistrati e imprenditori contigui alla mafia, generali e vescovi con l’aiuto di raffinati tessitori. Per questo le sue inchieste «Why Not», «Poseidone » e «Toghe Lucane» dovevano essere sottratte a lui, frantumate e disperse.
Le accuse
L’inchiesta che scuote il mondo politico e istituzionale fino al Colle riparte da lì. Dalle accuse del magistrato, nel frattempo spogliato delle indagini e trasferito a Napoli. Poi ripercorre il filo delle sue inchieste che si incentrano sulla figura di Antonio Saladino, «punto apicale di Cl e della Compagnia delle Opere della Calabria». E tra i vorticosi contatti spunta il nome del vicepresidente del Csm, che ha sempre sostenuto di aver incontrato Saladino una sola volta nell’85, presentatogli da un giovane candidato alle elezioni. C’è la telefonata «di ben 183 secondi » partita dall’utenza di Mancino e giunta a Saladino, che l’ex presidente del Senato ha precisato venne compiuta da un suo collaboratore. Ma di lui parla anche Caterina Merante, socia di Saladino: la testimone dalla quale è scaturita tutta l’indagine. «Nel corso di questi anni in almeno tre occasioni Antonio Saladino ha avuto modo di riferirmi di incontri da lui avuti con Nicola Mancino, anche quando era presidente del Senato».
Le agende di Saladino
Il 26 febbraio 2008 De Magistris ricostruisce la rete di relazioni di Saladino attraverso la consultazione delle agende che lui stesso aveva sequestrato durante una perquisizione all’indagato. Le agende sono poi state trasmesse alla procura di Salerno. Dagli appuntamenti emerge un quadro molto più ramificato di quanto si era pensato ai tempi dell’indagine su Prodi quando spuntarono i nomi del senatore di Forza Italia Pittelli, di Luigi Bisignani, del generale della GdF Poletti. Saladino aveva rapporti bipartisan. Si va da «La Torre, numero progressivo 04, credo esponente ds molto vicino all’on. D’Alema». Interessante per il pm l’incontro La Torre e Valerio Carducci «collegamento del Saladino con gli ambienti politici romani». Al numero 07 «il generale della Guardia di Finanza Adinolfi. Sul quale — riferisce De Magistris — stavamo concentrando l’attenzione proprio quando è intervenuta l’avocazione». Al numero 09 il nominativo «ritengo, dell’onorevole Minniti». Poi vicino a quello di Carducci. Il 12 luglio appuntamento con Mastella. E un «incontro con un vescovo». Il 26 ottobre «riferimento all’ex ministro dell’Interno Pisanu, all’europarlamentare Sandro Gozi (vicino a Prodi). Nelle agende anche i nomi dei «coniugi Bassolino» (n.85). Il fratello dell’ex ministro Antonio Marzano (96). E dell’attuale ministro Renato Brunetta. Al numero 115 si annota: «Carducci da Corrias/ Alemanno; Pisanu Angelo X Ancitel; Poletti».
I politici
Nello svolgimento delle indagini emergono molti altri politici contattati da Saladino. Si va dall’ex segretario ds Nicola Adamo a Francesco Rutelli, ai presidenti della Regione Calabria, Giuseppe Chiaravalloti e Agazio Loiero, ai quali Saladino promette voti. De Magistris parla anche della società Tesi, «riconducibile alla moglie dell’ex segretario Ds» che aveva avuto commesse nell’informatica, nella sanità e nell’ambiente. In essa figurano «rappresentanti di quasi tutti i partiti politici. Dalle sinistre «alla famiglia Abramo, Sergio già sindaco di Forza Italia, Why not, riconducibile all’epoca a Saladino il quale aveva rapporti di affari stretti e intensi con la cosiddetta Loggia di San Marino e gli ambienti molto vicini al presidente del Consiglio Prodi».
A far scalpore sono però soprattutto le accuse di De Magistris ai colleghi. Non ha risparmiato nessuno. Rammaricandosi anche per il mancato intervento del presidente della Repubblica «un intervento che avevo auspicato pubblicamente». Nelle 1800 pagine di decreto di perquisizione e sequestro, le accuse sono tutte nero su bianco.
Contro i colleghi
Il 12 novembre 2007 De Magistris accusa i colleghi: «Togliendomi Poseidone mi hanno voluto lanciare un messaggio per cercare di fermarmi perché ancora non sapevano ancora del livello che avevano raggiunto Toghe Lucane e Why Not».
Per questo «hanno dovuto accelerare la mia richiesta di trasferimento cautelare e qui si innestano poi, evidentemente, anche delle sinergie istituzionali perché è ovviamente inquietante il silenzio istituzionale sulla vicenda, per esempio, del trasferimento cautelare e in qualche modo il coinvolgimento di Prodi e Mastella (indagati da De Magistris ndr)… Io credo che non si sia mai visto che un Ministro della Giustizia chieda il trasferimento cautelare di un magistrato che indaga sul Presidente del Consiglio di cui lui è ministro e che regge in modo determinante la maggioranza che è un po’ fragile e soprattutto che chiede il trasferimento di chi sta lavorando in qualche modo su di lui… e il ministro Mastella lo sapeva benissimo, intercettazioni che lo riguardavano direttamente… quindi vuol dire che necessariamente si è disposti anche a mettere sul tappeto il rischio di una rottura istituzionale sui rapporti tra esecutivo e Magistratura o anche una rivolta dell’opinione pubblica o dei magistrati a fronte di un atto così grave…».
I legami d’affari Il pm De Magistris denuncia anche legami di tipo affaristico che si consolidano attraverso la costituzione dell’Istituto per il turismo del Sud e la nuova Merchant spa con il supporto della Banca Nuova Spa con sede in Palermo. «È questo il caso della Free foundation for research on european economy».
DAL CORRIERE.IT, SI RIPORTA:
Il Capo dello Stato: «Vicenda senza precedenti, con gravi implicazioni» . L’Anm: «Siamo sgomenti»
ROMA – Una vera e propria guerra di procure a colpi di avvisi di garanzia. Dopo il sequestro della documentazione delle indagini “Why Not” e “Poseidone” eseguito martedì scorso dai magistrati di Salerno a Catanzaro, la procura generale del capoluogo calabrese contrattacca, blocca gli atti e iscrive sette magistrati campani sul registro degli indagati. Un velenoso scontro giudiziario che nasce dalla vicenda del presunto “complotto” ai danni dell’ex pm Luigi De Magistris: l’atto di accusa nei confronti dei magistrati calabresi, che avrebbero ostacolato e annientato le ultime inchieste di De Magistris (poi trasferito a Napoli dal Csm) nelle quali erano indagati tra gli altri l’ex-Guardasigilli Mastella e l’ex premier Prodi, è contenuto in un decreto di 1700 pagine emesso dalla procura salernitana. Ma la procura di Catanzaro, «offesa» dall’azione di Salerno, non ci sta e reagisce a quello che – come lo definisce il procuratore generale Enzo Iannelli – «è un atto eversivo e inaudito».
NAPOLITANO – Una vicenda dirompente sulla quale interviene anche il Colle. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che è anche presidente del Csm, prima chiede alla Procura di Salerno di inviare «ogni notizia e – ove possibile – ogni atto utile a meglio conoscere una vicenda senza precedenti con gravi implicazioni istituzionali». Nella lettera del Colle si parla di inquietanti interrogativi» e viene inoltre paventato il rischio di «paralisi della funzione processuale» (leggi il testo completo). In serata, il Quirinale rivolge la stessa richiesta anche alla procura calabrese, esprimendo «preoccupazione sul piano delle conseguenze istituzionali» per quello che si configura come «un aperto, aspro contrasto tra uffici giudiziari».
ANM – Il presidente dell’Anm, Luca Palamara, e il segretario Giuseppe Cascini si dicono «sgomenti e preoccupati per quanto sta accadendo. Ciò che è in gioco è la credibilità della funzione giudiziaria». «Ci sarà tempo per una compiuta valutazione del merito delle singole vicende sulla base della conoscenza degli atti e delle loro motivazioni» aggiungono Palamara e Cascini. «Ma in questo delicato momento non possiamo che chiedere a tutti il massimo senso delle istituzioni e il rigoroso rispetto delle regole, unico fondamento dello svolgimento della funzione giudiziaria».
LA GUERRA DEGLI ATTI - La vicenda, però, continua a ingarbugliarsi. La Procura di Catanzaro ha infatti bloccato gli atti relativi alle inchieste di De Magistris già sequestrati da Salerno. Il provvedimento (un vero e proprio contro-sequestro) è stato notificato ai carabinieri campani che erano negli uffici della Procura generale di Catanzaro. Inoltre sette magistrati della Procura salernitana, fra cui il procuratore capo Apicella, sono adesso indagati dalla Procura di Catanzaro. Le ipotesi di reato sono abuso d’ufficio ed interruzione di pubblico servizio (poiché le inchieste sono tuttora in corso e la sottrazione degli atti comporterebbe un inevitabile blocco dell’attività di indagine).
MANCINO: «PRONTO A LASCIARE» - In giornata c’è stata anche la riunione plenaria del Csm con l’intervento del vicepresidente Nicola Mancino, che si è difeso dalle indiscrezioni diffuse via stampa. «Il giorno in cui una campagna di stampa dovesse incidere sulla mia autonomia non ho difficoltà a togliere l’incomodo» ha detto riferendosi alle notizie pubblicate dal Giornale secondo cui sarebbe coinvolto nell’inchiesta della Procura di Salerno sul “complotto” contro de Magistris, il cui trasferimento è stato deciso proprio dal Csm. «Non vorrei avere su di me neppure l’ombra di un sospetto – ha detto Mancino -, il giorno che dovesse accadere non avrei esitazione a lasciare». «Non ho mai telefonato a Saladino – ha chiarito Mancino parlando dell’ex presidente della Compagnia delle Opere e principale indagato nell’inchiesta «Why Not» -, la chiamata partita da uno dei miei numeri di telefono è stata fatta da un’altra persona, da un rappresentante di Comunione e liberazione, Angelo Arminio, che nel 2001 era nella schiera dei miei collaboratori».
LE INDISCREZIONI - Nell’articolo pubblicato dal Giornale si fa riferimento al decreto di perquisizione nei confronti dei magistrati di Catanzaro emesso dalla Procura di Salerno, in cui – alla pagina 442 – si dà conto di una telefonata giunta a Saladino da un numero fisso intestato a Mancino. Inoltre il Giornale cita un interrogatorio del dicembre 2007 in cui de Magistris parla del vicepresidente del Csm. In una deposizione del novembre 2007 davanti ai giudici salernitani e riportata dall’Ansa, de Magistris afferma anche che «Why Not» gli è stata tolta quando «stavo praticamente per chiudere il procedimento» e «soprattutto stavo facendo degli atti anche molto importanti (…) che riguardavano esponenti di spicco della politica calabrese (Minniti, Tommasi, Adamo e D’Andria)». Si tratta di Marco Minniti, massimo esponente del Pd calabrese ed ex viceministro dell’Interno; Nicola Adamo ex vicepresidente della giunta regionale e attuale capogruppo del Pd alla Regione, Diego Tommasi (Verdi) ex assessore regionale all’ambiente, e Renato D’Andria (Psdi).
SOLIDARIETÀ - In piena bufera, il plenum del Csm ha espresso completa solidarietà a Mancino. «Eravamo ampiamente consapevoli che l’operazione in atto mira a colpire tutti noi – ha detto il togato di Magistratura Democratica, Livio Pepino -. Bisogna avere grande rigore e trasparenza con una risposta dura che ci porta a non farci intimidire». Gianfranco Anedda (laico di An) ha criticato De Magistris: «Mi pare che anche in queste ore anteponga l’orgoglio personale all’interesse della magistratura che da tutto ciò esce delegittimata». Mancino, da parte sua, ha voluto ringraziare tutti i componenti del Consiglio per le loro parole sottolineando che «non ci dobbiamo chiudere a riccio, ho sempre rispettato l’esercizio della giurisdizione, ci possono anche essere eccessi, ma ci sono tre gradi di giudizio, il sistema permette che la verità possa emergere».
DI PIETRO E ROTONDI - Solidarietà a Mancino anche da Di Pietro, Veltroni e Rotondi. «Non si getti fango su di lui: finché i magistrati non dicono che c’è un’inchiesta, si eviti di fare di tutta l’erba un fascio – ha detto il leader dell’Idv Antonio Di Pietro». L’ex pm esprime però «riserve circa il modo e il tono usato» dal Colle nei confronti dei magistrati di Salerno. «Con tale decisione – spiega Di Pietro – si rischia la criminalizzazione preventiva e preconcetta dell’attività di indagine che sta svolgendo la procura di Salerno». Il segretario del Pd, Veltroni, esprime «piena solidarietà e stima al vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, che ha svolto e svolge il suo alto e difficile incarico con equilibrio e senso delle istituzioni, in questo momento in cui è oggetto di una fuga di notizie incontrollata e priva di qualsiasi riscontro». Per questo, aggiunge Veltroni, «appare importante e positiva l’iniziativa assunta dal presidente Napolitano». Per il ministro per l’Attuazione del programma, Gianfranco Rotondi, «chi conosce Nicola Mancino sa che nessuna ombra può esserci sulla sua autonomia e, soprattutto, sulla sua onestà personale».
PECORELLA – Secondo Gaetano Pecorella (deputato Pdl) «sta accadendo quello che non poteva che accadere, e cioè che una volta entrata la politica nella magistratura questa finisce per intaccare e tagliare le radici della stessa magistratura – ha detto a Radio Radicale -. Con questo sistema per cui le informazioni di garanzia, le notizie sui giornali, le telefonate più o meno interessanti vengono pubblicate, si finisce per lasciare in mano a questo o quel magistrato delle forme di epurazione. In questo modo si colpisce l’intero Csm perché Mancino lo rappresenta». Pecorella parla di «una guerra tra bande dentro la magistratura che hanno in mano persino la organizzazione interna».
MASTELLA – In serata arriva infine la notizia che il plenum del Csm all’unanimità ha deciso di «girare» ai titolari dell’azione disciplinare l’esposto che l’ex Guardasigilli Clemente Mastella aveva presentato lamentando l’acquisizione di suoi tabulati telefonici da parte dell’allora pm di Catanzaro Luigi De Magistris senza aver chiesto l’autorizzazione della Camera dei deputati. Palazzo dei marescialli ha preso atto di non aver più competenza per pronunciarsi, considerato che De Magistris è già stato trasferito d’ufficio da Catanzaro e che comunque si tratterebbe di un comportamento eventualmente valutabile in sede disciplinare. Saranno ora il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, e il neo procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito a valutare se sia il caso di avviare l’azione disciplinare nei confronti del magistrato.
NOSTRO COMMENTO: Abbiamo voluto riportare alcune notizie (altre ne verranno) relative alla vicenda “WHY NOT” in modo che il lettore possa rendersi conto, effettivamente, su quello che sta succedendo. E’ compito della Magistratura giudicante verificare se le accuse formulate dai PM abbiamo un fondamento. Staremo a vedere.-










