Feeds:
Articoli
Commenti

Genchi su Spatuzza

Genchi: “Due o tre cose che so di Spatuzza”

Scritto da Edoardo Montolli    Mercoledì 23 Dicembre 2009 20:58

Parla il superesperto di intercettazioni telefoniche: “Il mafioso che accusa Berlusconi fece importanti chiamate nei giorni delle stragi”. Ma conversava anche col misterioso La Lia, sul cui numero chiamavano boss e politici

Palermo, dicembre. Tutto era cominciato con un’intervista, poco più di un anno fa, sulle colonne di questo giornale. Spiegò cosa fosse la sua banca dati informatica, il cosiddetto «archivio Genchi».
Mi disse: «Raccontiamo la verità in un libro. Dal perché allontanarono me e De Magistris in Why Not?, alle indagini sulle stragi del ’92 e ‘93 che fui costretto ad abbandonare». Rispetto ad allora, Gioacchino Genchi, 49 anni, consulente telematico di magistrati di mezza Italia, pesa una quarantina di chili di meno. Da luglio sta testimoniando alla Procura di Caltanissetta su come le inchieste sui mandanti delle stragi del ’92 furono fermate. E pare deciso a non fermarsi più.

Scontro in udienza

E infatti il libro è appena stato pubblicato, ma dalle mille pagine che ne sono uscite, è rimasto fuori un episodio, che spiega qui, su Oggi. È la storia di un telefono cellulare, appartenuto ad un signore di cui probabilmente non avete mai sentito parlare, certo Giovanni La Lia, siciliano di Misilmeri, provincia di Palermo. Una storia davvero inquietante e ora assai importante che ha deciso di narrare in seguito al deposito delle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, killer del quartiere Brancaccio dei Graviano, condannato per le stragi del ’93, il mafioso che ha tenuto banco nelle ultime settimane. Spatuzza ha raccontato infatti, tra le altre cose, che il suo boss, Giuseppe Graviano, nel gennaio ’94 in un bar di via Veneto a Roma, gli avrebbe ordinato di non spargere più sangue perché Berlusconi e Dell’Utri «avevano messo l’Italia nelle loro mani». Dichiarazioni pesanti.
Al processo d’appello al senatore Dell’Utri, precisamente nell’udienza eccezionalmente tenutasi a Torino per ragioni di sicurezza, Giuseppe Graviano si è avvalso della facoltà di non rispondere. Suo fratello Filippo, invece, ha smentito Spatuzza.

Alla fine del 1992 Genchi era il vice del gruppo che indagava sulle stragi, gruppo non a caso denominato «Falcone-Borsellino». Cosa risulta nel suo «archivio» su Spatuzza, sui Graviano e sul telefono cellulare del signor La Lia? «Cominciamo dall’inizio» racconta Genchi. «Perché nell’inchiesta sulle stragi fu svolto un lavoro immenso. Recuperammo addirittura tutte le telefonate fatte in Sicilia il 23 maggio e il 19 luglio 1992, i giorni di Capaci e via D’Amelio. E quando acquisimmo i traffici telefonici nel giorno delle due stragi, trovai anche importanti chiamate del cellulare di Spatuzza, intestato a suo nome e acceso il 7 agosto 1991».
Spatuzza sembra essere un filo conduttore che porta dalla strage di via D’Amelio, costata la vita al giudice Paolo Borsellino e ai cinque agenti della sua scorta, a quelle di Milano, Roma e Firenze.
Vediamo le coincidenze.
Il 27 gennaio 1994 Giuseppe e Filippo Graviano vengono arrestati in un ristorante di Milano insieme ad altri (questi ultimi accusati del reato di favoreggiamento). Una settimana più tardi, il 5 febbraio, viene organizzata la prima riunione dei club di Forza Italia dell’isola all’Hotel San Paolo di Palermo. Tra i partecipanti, c’è pure un club di Misilmeri, nato da appena tre giorni, uno tra i primissimi in Sicilia. Ed è questo il club intorno al quale si annida un crocevia di misteri senza precedenti.

Numero che scotta

In mano, Genchi sventola due vecchi verbali, del 13 e del 18 di aprile del 1994. Siamo a due mesi da quegli episodi. I carabinieri, proprio nel corso dell’inchiesta su chi abbia favorito la latitanza dei Graviano a Milano, hanno trovato un numero di telefono che scotta maledettamente. E hanno così convocato per sommarie informazioni il suo proprietario, Giovanni La Lia, 30 anni.
Chi è La Lia? È un disoccupato, ma è un tizio intraprendente, visto che due mesi prima, il 2 febbraio, si è buttato in politica: è lui infatti ad aver fondato il club di Misilmeri che ha partecipato al meeting dell’Hotel San Paolo. L’uomo si presenta e spiega della nascita del club, dei soci fondatori. Gli chiedono fra l’altro se abbia mai sentito parlare di Dell’Utri. No. Gli pare solo sia un tizio della Fininvest. Al Nord, dice, conosce solo due persone, di Forza Italia: Angelo Codignoni, segretario nazionale dei club, e Gianfranco Miccichè, perché neodeputato siciliano.
E i carabinieri arrivano al dunque. Gli domandano se abbia mai prestato il cellulare a qualcuno. No, risponde. E Graviano lo conosce? Mai sentito nominare. E dice pure che non sa di chi sia un numero di telefono che gli mostrano. Pochi giorni più tardi torna in caserma: non lo sa proprio.
E allora qualcosa non torna.

La donna del boss

Dice Genchi: «Dai tabulati, risultava che La Lia si era sentito più volte con quel numero. Lo usava Francesca Buttitta, la  donna che era nel ristorante con i Graviano la sera dell’arresto. Ossia la fidanzata di Giuseppe Graviano, il Graviano di cui oggi parla Spatuzza, e che assai probabilmente era l’uomo che con quel numero chiamava La Lia. Perciò La Lia era stato convocato dai carabinieri».
I tabulati del disoccupato di Misilmeri, correndo a ritroso nel tempo, raccontano una storia sempre più oscura: «Il  suo telefono fu attivato il 4 marzo 1992, due mesi prima delle stragi siciliane, ma io fui in grado di acquisire soltanto le sue chiamate successive al gennaio 1993».
Genchi continua nella sua ricostruzione: «La prima cosa assolutamente singolare è che da allora il cellulare di La Lia chiamò per mesi quasi esclusivamente una sola persona, che poi risultò essere un suo cugino. Un macellaio di nome Giovanni Tubato. È, più precisamente, l’uomo accusato di essere  il custode dell’esplosivo della strage di Capaci e di quelle del ’93. Ma da Tubato non possiamo sapere più nulla. È stato ammazzato il 20 agosto del 2000».
Mentre si avvicina la nuova stagione delle stragi, primavera ’93, sul telefono di La Lia arrivano intanto nuove chiamate. Ad aprile arrivano quelle del cellulare di certo Giusto Bocchiaro, amico d’infanzia e vecchio datore di lavoro. Ma il suo telefono non lo usa sempre lui: più spesso è nelle mani di un cugino di secondo grado, Pietro Lo Bianco.

Lupara Bianca

«Un altro boss di Misilmeri», spiega Genchi, «uomo di Bagarella e Riina, ucciso dalla lupara bianca. Bocchiaro aveva una casa in aperta campagna con un magazzino, utilizzato da Lo Bianco (che all’epoca era latitante). All’interno fu ricavato un bunker con un enorme arsenale di armi. Ed è il magazzino di cui parla oggi Spatuzza, in cui sarebbe stato custodito pure il lanciamissili che, nelle intenzioni dei boss, doveva servire per ammazzare il giudice Giancarlo Caselli.

Gruppo di fuoco

«Il fatto singolare è che queste cose non sono affatto emerse ora che tutti si stupiscono, ma dodici anni fa, quando Bocchiaro lo confessò ai carabinieri e io accertai le telefonate».
E dunque c’è questo misterioso cellulare del disoccupato La Lia, presidente del futuro «club pioniere» di Forza Italia di Misilmeri, che contatta l’armiere delle stragi Tubato, il boss Lo Bianco fatto ammazzare dagli sgherri di Provenzano dopo la cattura di Riina, e Giuseppe Graviano, il capo assoluto di Brancaccio. Ma non è finita.
«Già», osserva Genchi, «gli aspetti più inquietanti arrivano ora. Il 18 maggio 1993 sul telefono di La Lia si fa viva un’altra persona che ha attivato il suo cellulare appena dieci giorni prima. E dal 12 giugno 1993 fino al 22 luglio 1993 sarà, tranne in due casi, il suo unico interlocutore. È un giovane medico. Si chiama Salvatore Benigno, detto u picciriddu. Benigno è tra le persone che hanno commesso, il 27 maggio 1993, la strage di via dei Georgofili a Firenze. Oggi è tra i pochissimi stragisti non più, da tempo, al 41 bis». A fine luglio ci sarà la strage di via Palestro, a Milano. Ed è un elemento da tener presente anche perché ci furono altre due persone a chiamare l’utenza intestata a La Lia…
«Ed è qui l’elemento d’interesse. Perché uno è Giorgio Pizzo, anch’egli condannato per le stragi di Roma, Firenze e Milano. Ma della famiglia dei Graviano. E l’altro, pure lui ormai riconosciuto colpevole degli stessi delitti, e pure lui dei Graviano, è proprio Gaspare Spatuzza, che si sentì con La Lia il 9 luglio del 1993».
Pare un gigantesco reticolo, quello che unisce Brancaccio e Misilmeri: Tubato, l’armiere delle stragi; Lo Bianco, il custode di un arsenale di Cosa Nostra; il boss Giuseppe Graviano, condannato per le stragi per essere al vertice della Cupola; gli esecutori materiali delle stragi Salvatore Benigno, Giorgio Pizzo e Gaspare Spatuzza, che oggi vuole collaborare. E tutti loro che passano dallo stesso cellulare. Il cellulare di un disoccupato che presto si butterà in politica con il nuovo partito.
Commenta Genchi: «Non dimentichiamoci che all’inizio del ’94 un attentato fallì allo stadio Olimpico e altri ne erano in programma, ma improvvisamente la strategia stragista si interruppe. Tutti gli attentati furono messi a punto da questo medesimo gruppo di fuoco, che, come ora si sa, disponeva di tale arsenale. Ma ciò che mi sorprende è che su queste consulenze assai datate nessuno che si sia occupato delle stragi del ’92 e del ‘93 mi abbia mai chiamato a testimoniare. Tanto che a Firenze, pur avendo acquisito la mia consulenza sul telefono in uso a a La Lia, non si sono per nulla soffermati ad approfondire cosa successe dopo, con lo stesso cellulare usato con tutti questi stragisti».
Ma con chi ebbe contatti il famoso cellulare di La Lia una volta terminata la stagione delle stragi? Dice Genchi: «Fino a qualche giorno prima dell’arresto dei Graviano, il bacino d’utenza è quello che ho descritto, col gruppo di fuoco della mafia. Poi, a febbraio cambia. È stato ipotizzato, anche in sede giudiziaria, che quella utenza intestata a La Lia sia stata sfruttata, in alcuni periodi, da altri. E che probabilmente poi il cellulare sia tornato a essere usato unicamente da La Lia. Tant’è che vi compaiono chiamate ad altri club di Forza Italia, come quello di Bagheria, e a politici dell’isola. Ad esempio si sentì con il deputato del Pdl Gaspare Giudice e con il senatore di Forza Italia Michele Fierotti, entrambi scomparsi. C’è poi una serie di chiamate, da marzo a maggio del 1994, con un numero di Rino La Placa, già consigliere comunale Dc a Palermo, poi responsabile regionale del Ppi e attualmente tesoriere siciliano del Pd. La prima di queste telefonate era del 27 marzo 1994. Dai tabulati risulta che lo stesso La Placa due giorni dopo telefonò a un’utenza dell’abitazione romana di Silvio Berlusconi, in via Santa Maria dell’Anima».
In realtà nessuno può dire con certezza chi veramente chiamava chi e per quali ragioni. Cioè quali fossero realmente autori, destinatari e contenuti di questo aggrovigliato traffico telefonico. Né si può sostenere che la telefonata di La Placa in via dell’Anima vada al di là di una pura coincidenza.
Interpellato da Oggi, Rino La Placa, cade dalle nuvole. Il numero di cellulare intestato a lui che Genchi trovò in contatto con La Lia, e due giorni dopo con l’abitazione di Silvio Berlusconi, ma anche con il coordinatore regionale dell’epoca di Forza Italia Salvatore La Porta, e con altri politici di spicco in Forza Italia, dice di non ricordarlo. Ma esclude categoricamente di averlo usato lui. «Non ho mai conosciuto queste persone. Tantomeno ho mai chiamato Berlusconi. Ma proprio perché mi dice che tale numero era intestato a me, avendone avuti io tanti, andrò a fondo e cercherò di capire se qualche mio collaboratore lo usasse».
Conclude Genchi: «Forse è sulla natura di queste chiamate che si sarebbe dovuto e si dovrebbe ancora approfondire per capire se le accuse di Spatuzza abbiano o meno qualche rilevanza».

Edoardo Montolli (settimanale “Oggi” n°53, 30 dicembre 2009)

LINK

1) Mister Misteri. “Non sono uno spione”. Guerra tra procure. Parla Gioacchino Genchi (Edoardo Montolli, “Oggi”, 16 dicembre 2008)
2)Il caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello Stato“, pagina facebook dedicata al libro di Gioacchino Genchi
3) Il BLOG di Gioacchino Genchi
4)Genchi, la mafia e Forza Italia” (Paolo Dimalio, Antefatto blog, 18 dicembre 2009):

Il titolo del libro del giornalista Edoardo Montolli dice tutto: “Il caso Genchi, un uomo in balia dello stato”. Esperto di informatica, siciliano doc, all’inizio degli anni ‘90 Genchi è il primo a portare i computer nelle procure. Collabora con Falcone e Borsellino, indaga sulle stragi di Capaci e via d’Amelio. Poi lavora con De Magistris su why Not, e il pozzo nero dei fondi europei destinati al meridione.

Gioacchino Genchi rivela i legami telefonici tra il pentito Spatuzza ed esponenti berlusconiani, e la strana cronologia della nascita di Forza di Italia. L’occasione è la presentazione del libro di Edoardo Montolli Il caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello Stato.
Video di Paolo Dimalio

Genchi, le stragi e la nascita di Forza Italia

antefattoblog

Sa molto, “troppo”, dice lui. E da servitore dello Stato, diventa un mostro da sbattere in prima pagina. Il 24 gennaio 2009, il premier annuncia il più grave scandalo della Repubblica. Destra e sinistra, a braccetto, accusano Genchi di tenere in scacco i telefoni di mezza Italia. “350 mila utenze”, urla il premier. “Il caso Genchi è un caso rilevante per il libertà e la democrazia”, gli fa eco il presidente del Copasir Francesco Rutelli. “Un caso da Corte Marziale” rincara Maurizio Gasparri. La Repubblica italiana al guinzaglio di uno sconosciuto tecnico informatico, che stringe tra le mani chissà quali dossier. Peccato che Genchi non abbia mai intercettato nessuno. Il suo compito è verificare l’attendibilità delle intercettazioni disposte dalla magistratura. Perciò controlla i tabulati telefonici, da dove partono le telefonate, incrocia i dati e archivia tutto. Se le informazioni di Genchi fossero arrivate a Milano nel ‘92 mentre scoppiava Tangentopoli, spiega Di Pietro, “oggi avremmo un altro paese, un’altra politica, un’altra imprenditoria”. Ma ora il tecnico siciliano inizia a vuotare il sacco. Per lungo tempo ha incassato in silenzio. “Ho concesso qualche metro di vantaggio ai miei accusatori”, dice lui. “Ora sono qua, trenta chili in meno, tanta voglia di combattere e andare avanti”. E passa al contrattacco. Iniziando da Spatuzza e la nascita di Forza Italia.

Paolo Dimalio

Fonte: http://www.19luglio1992.com/

Inciuci: la sinistra, ancora una volta, in soccorso al Cavaliere. La storia si ripete.

di Fernando  Cannizzaro 23 dicembre 2009

Facciamo un passo indietro nel tempo. Ricordate come il PCI barattò Rai3 con le TV di Berlusconi? La vicenda risale al lontano 1984 quando Craxi, con un decreto legge aveva  permesso alle televisioni di Silvio Berlusconi di continuare la loro attività, aggirando il divieto per le tv locali di trasmettere a livello nazionale. Altro dato cruciale: in quello stesso anno Walter Veltroni era responsabile delle Comunicazioni di massa del PCI. Il PCI al momento dell’introduzione di tale decreto “pro-Silvio” si stracciò le vesti ma, poco tempo dopo, nel febbraio 1985, quando ci fu la conversione in legge di tale decreto, il PCI garantì il numero legale rinunciando all’ostruzionismo nonostante la scadenza del decreto a poche ore dalla discussione parlamentare. Quale fu il motivo che ammansì le posizioni della sinistra?Risposta: Il Baratto e, cioè, la concessione alla sinistra di un Canale televisivo: RAI TRE.

La riprova è data da questo video di Violante datato  28 febbraio 2002 che rievoca la garanzia data a Berlusconi nel 1994 che non sarebbero state toccate le televisioni. Guardate il video.

Andiamo avanti! A dicembre 1994 la Corte Costituzionale aveva stabilito che il Cavaliere doveva scendere da tre a due TV, pertanto, o cedeva  rete Quattro o la trasferiva sul satellite. La Lega di Bossi, intanto, faceva crollare il suo Governo. Pare che il gruppo Berlusconi macinato dalla concorrenza RAI avesse contratto debiti oltre misura (circa  4500 miliardi delle vecchie lire). Ad Aprile del 1996 Prodi aveva vinto le elezioni ed era ritornato sul tema del conflitto di interessi. D’Alema, invece, si accordava  col Cavaliere per salvare Mediaset con la legge Maccanico che mandava  a farsi  benedire la pronuncia della Consulta concedendo una proroga a tempo indeterminato alle tre reti del Cavaliere, il quale, essendo passati oltre due anni e avendo ottenuto quello che gli serviva (niente conflitto d’interessi!) faceva  saltare la Bicamerale. Ancora una volta come si vede la sinistra aveva soccorso Berlusconi. Sono sempre gli stessi attori: D’Alema, Violante ed il Cavaliere. La storia si  ripete.

Che succede oggi? Niente di nuovo rispetto a ieri. D’Alema propone un “inciucio” (Anche se questo termine D’Alema lo contesa, sempre inciucio è) Su questo inciucio il PD si spacca. Vediamo come la pensano quelli che contano nel PD.

BERSANI: NO a leggi ad personam tipo il legittimo impedimento. NO al processo breve che considera anche questa una legge ad personam oltre che un’amnistia generale.

Si dichiara pronto però a discutere insieme le riforme istituzionali, costituzionali e sociali, irritandosi per i continuai attacchi di Di Pietro

VIOLANTE sostiene che nell’ambito di una riforma Costituzionale si può discutere il rapporto giustizia-politica: prima NO. Violante e compagni, infatti, non sono favorevoli a sostenere alcuna legge che stabilisca il blocco di un processo nei confronti di un cittadino chiunque esso sia. Lo dice chiaramente e senza mezzi termini lo stesso Violante a Ballarò del 22.12.2009. Guardate lo stralcio del Video

Violante a Ballarò

E allora ? Allora, come oggi, la storia non cambia sono sempre gli stessi soggetti che prendono dai capelli (si fa per dire!) il Cavaliere. Conseguentemente il povero cittadino da qualunque parte si giri trova giustizia con la “in”  Tutto questo per non far processare il Cavaliere! Vi sembra poco!

CN24 | La lunga mano delle ‘ndrine sul porto di Gioia Tauro. Pizzo a C R O T O N E

Fonte:CalabriaNews24


La lunga mano delle ‘ndrine sul porto di Gioia Tauro 27 arresti. In manette due funzionari della dogana

Dopo due anni e mezzo di indagini, condotte sul porto di Gioia Tauro, i Carabinieri del Ros e gli 007,in collaborazione con l’agenzia delle dogane, hanno portato a termine, l’operazione “Maestro” con l’arresto di 27 persone e il sequestro d’immobili e strutture alberghiere per un ammontare di 40milioni di euro, appartenenti ai clan Piromalli e Molè. Le manette sono scattate nei confronti di presunti affiliati alle cosche della ‘ndrangheta Mole’ e Piromalli che controllavano attività commerciali nel porto di Gioia Tauro, ed anche, ai domiciliari, per due funzionari delle Dogane di Gioia Tauro, Adolfo Fracchetti ex direttore 67enne, Antonio Morabito 54enne, e la moglie di Rocco Molè ucciso nel febbraio 2008, la 40enne Rossella Speranza. Per tutti l’accusa è di associazione mafiosa ma anche di importazione illegale di prodotti cinesi. Cosimo Virgiglio , amministratore di una società di import-export ed uomo di fiducia del defunto Rocco Mole’, favoriva l’importazione fraudolenta di articoli di abbigliamento, eludendo il sistema di controllo automatico dell’agenzia delle dogane e, con la sottofatturazione, evadeva quote rilevanti di dazi e iva. Tra i beni sequestrati figurano il patrimonio e le quote sociali della società “C.D.E. S.r.l.”, riconducibile a Cosimo Virgiglio, con sede a Sesto Fiorentino (FI); il patrimonio e le quote sociali della struttura alberghiera “Villa Vecchia”con sede a Monte Porzio Catone, formalmente intestata alla “I.T.A. S.r.l.”, Investimenti Turistici Alberghieri, con sede a Colleferro (RM). I proventi dell illecite attività erano quindi reimpiegati nel lussuoso albergo e due ristoranti, che le cosche mafiose avrebbero acquisito, dopo ripetute intimidazioni nei confronti dei precedenti gestori costretti a cedere l’attività per compensare i debiti maturati con il sodalizio. I particolari dell’operazione son stati evidenziati nel corso di una conferenza stampa nel comandi dei carabinieri, dal procuratore antimafia Grasso, il procuratore capo di Reggio Pignatone ed il comandante del Ros Ganzer.

CN24 | CROTONE | Il “pizzo” non chiude per ferie


Fonte:CalabriaNews24


Giovedì 24 dicembre 2009 | In questa edizione di Report24:

Il “pizzo” non chiude per ferie. Dopo l’incendio, divampa la rabbia.La protesta dei commercianti contro l’ennesimo atto intimidatorio

Dopo l’incendio divampa la rabbia. La città di Crotone non ci sta all’ennesimo tentativo della delinquenza organizzata di estorcere il pizzo a grandi e – come in questo ed altri casi – a piccole attività commerciali che giornalmente combattono contro la crisi economica, la disoccupazione dilagante e devono ora esser costretti anche a far fronte ad un nemico invisibile che prima distrugge e poi presenta il conto.
Dopo che due notti fa è stato date alle fiamme un altro negozio nel centro cittadino, il Vedibì, commercianti, cittadini ed istituzioni si sono dati appuntamento stamani per alzare la voce, per dire no! Per dare un segnale che la testa dora in poi non va più chinata.
Un mezzogiorno di fuoco che in questa vigilia del santo Natale stona proprio come un fulmine a ciel sereno. Ma che si è reso necessario per dare, almeno una volta, un segnale di compattezza che, finora, è spesso mancato o al massimo esternato con un puro sdegno di facciata.

NOSTRO COMMENTO: Nel mentre esprimiamo il Nostro compiacimento  per  gli arresti operati a Gioia Tauro da parte delle Forze dell’Ordine, non possiamo, invece, esultare per quanto accaduto a Crotone. Cittadini di Crotone! Unitevi tutti contro la Mafia! Non abbassate la testa! E’ il solo modo per uscirne!


Travaglio: Spatuzza

Spatuzza, il penultimo a parlare – Marco Travaglio

Fonte:StaffGrillo


Buongiorno a tutti, intanto vorrei ringraziare i tantissimi che mi hanno dato la solidarietà questa settimana: una solidarietà che è nata dal killeraggio che è stato fatto contro di me a causa proprio di alcune cose che ho detto qua a Passaparola lunedì scorso; prima uno della P2, il Vice, perché il titolare era ricoverato in quel momento, ma adesso sta recuperando, per fortuna e poi l’altro, l’insetto televisivo, quello che ha fatto un montaggio furbetto nella trasmissione “Porta a Porta” per farmi apparire come uno dei colpevoli, uno dei mandanti. Il titolo era “Di chi è la colpa?”, il problema è che quelle cose le ho dette il giorno dopo l’aggressione al Presidente del Consiglio, ma può darsi che esistano anche mandanti postdatati, come esiste la guerra preventiva esistono anche i mandanti che arrivano dopo un certo atto.

Il mio mancato intervento a “Porta a Porta” (espandi | comprimi)

Devo una piccola spiegazione a quanti mi hanno chiesto perché quella sera a “Porta a Porta” non ho voluto intervenire, sebbene il conduttore avesse gentilmente offerto a me il diritto di replica al telefono. Capisco che chi ha visto quella trasmissione si sia potuto fare l’idea che, durante la trasmissione, mentre magari me la stavo guardando a casa, il conduttore abbia deciso di telefonarmi per dirmi se volevo intervenire, ma in realtà non è avvenuto così, perché quella trasmissione è registrata, è tutto precotto, preconfezionato, se le cantano e se le suonano quando vogliono loro e come vogliono loro, poi tagliano quello che vogliono loro…

L’opposizione deve sparire ancora di più (espandi | comprimi)

E adesso veniamo a noi. Dato che si è capito quale uso si vuole fare di questa aggressione, l’uso che se ne vuole fare è che l’opposizione deve sparire, o meglio deve sparire ancora più di quanto già non fosse sparita prima, e si fatica a immaginare come potrebbe sparire ulteriormente, visto che non esistono questi del PD etc., però si vuole che spariscano ulteriormente e anzi, non che spariscano, ma che ricompaiano per diventare la quinta colonna della maggioranza.

32 contro uno (espandi | comprimi)

Dell’Utri quindi è stato chiamato in causa da 32 collaboratori: Peter Gomez recentemente ha riepilogato questi collaboratori; c’è Antonino Calderone, quello che ha raccontato di aver festeggiato il suo quarantunesimo compleanno a Milano in un pranzo con tutti i mafiosi milanesi, presente Dell’Utri, i giudici gli hanno dato ragione, è vero, lo stesso Dell’Utri ha riconosciuto di aver partecipato al compleanno di Calderone, anche se dice che non lo conosceva.

Ben parlare è ben pensare (espandi | comprimi)

Adesso dicono “ eh, Spatuzza dice che Berlusconi è il capo della mafia e ha messo le bombe”, ma Spatuzza non ha mai detto né la prima, né la seconda cosa, Spatuzza dice due cose: dice “alla fine del 93 , dopo che avevamo messo le bombe a Roma, a Firenze e a Milano, io chiesi al mio capo Giuseppe Graviano – attenti ai nomi, eh, perché ci sono due Graviano: Giuseppe e Filippo, che sono fratelli, Filippo è il primogenito, Giuseppe è il secondogenito, chi è il capo militare del clan di Brancaccio?

NOSTRO COMMENTO: Fate girare!

Un punto dell’ economia-La riduzione delle pensioni


FONTE: IDVstaff di Sandro Trento


Parliamo oggi di alcuni cambiamenti che avranno luogo per i pensionati: dal 1 gennaio 2010 entreranno in vigore i nuovi coefficienti di trasformazione.
Dal 1995, con la riforma Dini, è stato introdotto in Italia per i lavoratori che, al 31 dicembre del 1995, avevano meno di 18 anni di contributi, un nuovo sistema di calcolo delle pensioni che viene definito sistema contributivo. Il sistema contributivo prevede che la pensione venga calcolata sulla base dell’insieme dei contributi che sono versati durante tutta la vita lavorativa da ciascun lavoratore.
Quindi, al momento di andare in pensione, ossia al termine della vita lavorativa, i contributi che sono stati versati da ciascun lavoratore vengono sommati: in questo modo si ottiene quella che si chiama la base contributiva complessiva, ovvero il montante individuale sul quale si calcola poi la pensione. Va tenuto conto di due elementi molto importanti: il primo è che i contributi annuali sono rivalutati ogni anno in base al tasso di variazione quinquennale del prodotto interno lordo. Questo procedimento dovrebbe, in teoria, servire per consentire di recuperare la diminuzione del potere d’acquisto legata all’inflazione, quindi ogni anno i contributi versati dal lavoratore vengono rivalutati sulla base di questo tasso di variazione del Pil. Il secondo elemento di cui dobbiamo tenere conto è che il montante, ossia questa somma di contributi annuali, viene a sua volta moltiplicato per i cosiddetti coefficienti di trasformazione. Questi coefficienti di trasformazione trasformano, in pratica, il montante, cioè questa somma complessiva, in una rendita: se ci pensiamo un attimo, la pensione che è una rendita che viene derivata da un capitale che viene accumulato negli anni dal lavoratore. Quello che succederà dal 1 gennaio dell’anno prossimo, del 2010, è che verranno introdotti dei nuovi coefficienti di trasformazione: si tratta di vere e proprie tabelle che fissano dei coefficienti moltiplicativi basati sull’età della persona al momento in cui va in pensione, che tengono conto dell’aspettativa di vita. Per fare un esempio, se al 1 gennaio 2010 si va in pensione con 59 anni di età e un certo numero di anni di contributi, si avrà un coefficiente di trasformazione che è più piccolo rispetto a quello di un altro lavoratore che andrà in pensione con gli stessi anni di contribuzione, ma magari con un’età pari a 61 anni, ovvero quanto più alta è l’età e tanto più alto è il coefficiente di trasformazione, quanto più bassa è l’età nella quale si va in pensione, tanto più piccolo è questo coefficiente di trasformazione.

Quale è l’idea? L’idea è che, se c’è un’aspettativa di vita che calcoliamo oggi, per esempio, pari a 81 anni e uno va in pensione a 59 anni, ci si aspetta che godrà dell’assegno di pensione per almeno 22 anni, cioè 81 anni di speranza di vita e 59, che sono gli anni nei quali lui inizia a andare in pensione. Chi va invece in pensione a 61 anni avrà soltanto venti anni di pensione, ossia due anni di meno, per cui i coefficienti di trasformazione tengono conto, in qualche modo, di questa diversa aspettativa di vita. Per mantenere in equilibrio il sistema pensionistico si applica un principio per cui, quanto maggiore sarà il numero di anni in cui si godrà della pensione, tanto più piccolo sarà questo coefficiente di trasformazione.
Periodicamente, cioè ogni tre anni, queste tabelle saranno riviste in modo meno favorevole per i nuovi pensionati: mano a mano che, con il passare degli anni, avremo un’aspettativa di vita che migliora, cioè vivremo più anni, queste tabelle nuove terranno conto di questa maggiore aspettativa di vita, di questo maggior numero di anni di pensione e saranno, in qualche modo, meno favorevoli per i pensionati.
Dobbiamo dire innanzitutto che questo cambiamento, che avviene dal 1 gennaio 2010, si applica soltanto ai nuovi pensionati, quindi coloro che sono già in pensione non sono toccati da questa riforma. Questo nuovo sistema si applica in particolare a coloro che andranno in pensione con il sistema contributivo, quello che ho appena illustrato, per cui coloro che avevano meno di 18 anni di contributi il 31 dicembre 1995. Sostanzialmente si applica soprattutto ai giovani, a quelli che hanno un minor numero di anni di contribuzione e a quelli che, in futuro, andranno via via con il sistema contributivo.

Quali sono le questioni che sorgono?

Alcune stime recenti, fatte nei giorni passati, dimostrano che con queste nuove tabelle di trasformazione chi andrà in pensione il 1 gennaio 2010, ripeto, con il sistema contributivo, quindi non i lavoratori più anziani, che hanno maturato quaranta anni di contributi e vanno in pensione con il sistema retributivo, ma soltanto i nuovi pensionati che avevano meno di diciotto anni al 31 dicembre 1995, questi nuovi pensionati avranno una pensione che, sulla base di questi nuovi coefficienti di trasformazione, sarà tra lo 0,8 e il 3,7% inferiore rispetto a coloro che, per esempio, andranno in pensione o saranno andati in pensione a novembre o a dicembre di quest’anno, del 2009, con lo stesso numero di anni di contribuzione. Questi nuovi coefficienti di trasformazione comportano una diminuzione della pensione netta, che verrà ricevuta da chi andrà in pensione l’anno prossimo.
Quale è la questione che sorge? La questione che sorge fa riferimento a due aspetti: un primo dubbio che molti hanno è come mai il sistema di rivalutazione dei contributi, che ho illustrato prima, è calcolato sulla base dell’andamento del prodotto interno lordo, cioè perché per tenere conto del rischio di una svalutazione dei soldi versati si tiene conto del tasso di crescita del Pil, e non si è invece scelto un indicatore o un indice di infrazione, come tipicamente si fa per tenere conto dell’andamento del potere d’acquisto. In particolare, l’Italia un tasso di crescita del Pil che è molto basso da vari anni: pensate che nel 2008 il Pil è diminuito dell’1%, nel 2009, nell’anno in corso, probabilmente il Pil italiano diminuirà del 5, 4%. Quindi i futuri pensionati, i giovani di oggi che andranno in pensione tra qualche anno avranno per questi anni, per il 2008, per il 2009 e forse anche per il 2010, una diminuzione del loro valore dei contributi relativi a questi anni perché, come ho spiegato, la rivalutazione di questi contributi viene fatta sulla base dell’andamento del Pil nei cinque anni presi in considerazione, per cui si può anche avere una situazione di svalutazione di questi contributi. Una domanda che sorge è: è giusto, è corretto, è lecito utilizzare i tassi di crescita del Pil come sistema per rivalutare i contributi versati dai lavoratori nel sistema contributivo? Prima domanda.
Seconda domanda: è sensato che questo sistema di rivalutazione venga calcolato non soltanto sugli anni a partire dai quali effettivamente viene introdotto il sistema contributivo, ma sull’intero montante e quindi venga retrospettivamente applicato anche sugli anni precedenti? Anche sotto questo profilo è equo un sistema di calcolo di questo tipo? Questo anche con riferimento ai coefficienti di trasformazione, i quali non è che si applichino soltanto ai tre anni relativi alla loro introduzione, ma vengono applicati su tutto quanto il montante.
Ci sono dei problemi sotto il profilo dell’equità, del trattamento equo per chi andrà in pensione a partire dal 1 gennaio dell’anno prossimo con un sistema contributivo. Lo ripeto ancora una volta: stiamo parlando soprattutto dei giovani.
Detto questo però, non ci dobbiamo nascondere alcuni problemi di natura strutturale che riguardano il sistema pensionistico: la spesa pensionistica in Italia è il doppio rispetto a quella degli altri Paesi dell’area dell’Ocse, cioè degli altri Paesi ricchi. In Italia il rapporto tra le pensioni e il prodotto interno lordo è pari al 14%, contro il 7% della media Ocse. Le pensioni complessivamente assorbono in Italia il 30% del bilancio pubblico, contro circa il 16% in media dei Paesi Ocse e, anche sotto il profilo dei contributi pagati dai lavoratori, dobbiamo tenere conto che è molto costoso, perché circa il 33% dei salari lordi finiscono a finanziare i contributi previdenziali, la media Ocse è il 21%, quindi è molto più bassa. Questa maggiore spesa per le pensioni ovviamente va scapito di altre spese che potrebbero essere fatte: spese sia sul fronte sociale – e pensiamo al sostegno delle famiglie più povere – sia spese come l’istruzione, la ricerca, l’innovazione tecnologica. Se si utilizza questa grande somma di soldi per le pensioni vuole dire che non si possono fare altri investimenti.
Altra considerazione: l’età teorica di pensionamento in Italia è, ormai, simile a quella degli altri Paesi, parliamo di 65 anni per gli uomini, che è l’età che è adottata in gran parte dei Paesi avanzati. Ma se andiamo a guardare l’età media effettiva di pensionamento, ossia l’età in cui effettivamente i lavoratori italiani vanno in pensione, scopriamo una grande anomalia: in Italia l’età effettiva media di pensionamento per gli uomini è di 58 anni, per le donne è di 57, quindi vuole dire che vanno molto prima in pensione rispetto alla data teorica, all’età teorica. Per avere un’idea di confronto, in Germania l’età media effettiva di pensionamento è di 63 anni, 63 contro 65, cioè solo tre anni prima; in Italia è di 58 anni contro 65, i maschi in media vanno in pensione sette anni prima del tempo. Questo è un problema e è un problema molto serio, molto grave e è una delle ragioni per le quali andrebbe affrontato con coraggio un provvedimento che cerchi di innalzare il prima possibile l’età anagrafica minima effettiva di pensionamento. Se il governo avesse la forza e il coraggio di innalzare quest’età minima effettiva, si potrebbe anche pensare di ricalcolare in parte questi coefficienti di trasformazione di cui abbiamo parlato e di rendere il sistema in qualche modo più equo. Pensiamo che nel 2011 l’età anagrafica minima per andare in pensione in Italia sarà 60 anni, nel 2013 passerà a 61 anni e così via, quindi sarà un procedimento molto lento di adeguamento dell’età pensionabile. Quello che forse bisognerebbe avere è il coraggio di innalzare l’età di pensionamento e, in questo modo, di liberare risorse aggiuntive che potrebbero servire per rendere più equo complessivamente il sistema pensionistico, soprattutto a tutela delle giovani generazioni, che rischiano di andare in pensione con un tasso di copertura, quindi con una pensione che sarà pari al 30 /35% dello stipendio di quando erano lavoratori, un tasso di copertura che è molto inferiore rispetto al 75 /78% delle generazioni precedenti. C’è un problema di equità tra le generazioni, c’è una mancanza di coraggio da parte del governo a affrontare questa questione e a parlare in maniera chiara e trasparente agli italiani e ai giovani di come stanno le cose in questo momento.

NOSTRO COMMENTO: Di bene in meglio!

Il duello

Il DUELLO

D’Alema, sfogo dopo gli attacchi «Io sono un politico, altri no» Veltroni teme uno scambio sulla legge elettorale. Ma gli ex ppi non lo seguono

Dal Corriere.it, si riporta:

«Possibile che se un poveretto in questo Paese si azzarda a dire che bisogna discutere delle regole gli devono subito dare dell’inciucista? La verità è che è passata l’idea che il maggioritario debba essere una rissa continua»: Massimo D’Alema si sfoga con un amico. L’ex premier non ci sta a vestire i panni che dalla Bicamerale in poi gli sono stati cuciti addosso. E trova incredibile che per l’ennesima volta il Pd debba dividersi. Ma era inevitabile che accadesse. Un personaggio come Walter Veltroni non riesce a tacere di fronte al sospetto in lui fortissimo che si sia riaperta una trattativa più o meno sotterranea in cui da una parte si offre a Berlusconi di non fare le barricate contro il legittimo impedimento e dall’altra gli si chiede una riforma elettorale vicina al sistema tedesco.

L’ex segretario del Pd ce l’ha proprio con D’Alema. «E’ assolutamente strumentale: non si può dire una volta che Berlusconi deve essere ridotto a fare il mendicante e poi un’altra trattarlo come se fosse De Gasperi. E’ allucinante». E’ un fiume in piena Veltroni, mentre torna dal convegno della corrente Pd di Area democratica che si è tenuto a Cortona. Già lì aveva detto la sua e ora rincara la dose: «Io credo che si debba essere seri e coerenti in politica. Invece che succede? Succede che prima dici sì alla Santa Alleanza con Fini e Casini e chissà chi altro per opporti a Berlusconi e dopo qualche giorno, come se niente fosse, annunci che vuoi riformare la Costituzione con il premier». D’Alema la pensa in maniera assai differente, per non dire opposta. Secondo l’ex presidente del Consiglio «la vera discriminante è tra essere uomini politici e non esserlo». In questo senso, a suo giudizio, «persone che hanno formazioni diverse si possono avvicinare».

Il riferimento è a Casini. A quel Casini che ha proposto a Berlusconi di limitarsi al legittimo impedimento mettendo da parte il processo breve. Ossia quella che D’Alema chiama scherzando (ma fino a un certo punto) «l’indecenza meno indecente». L’ex premier vuole imprimere una svolta al suo partito. Che non consiste certo nel votare il legittimo impedimento, ma nel creare le condizioni per giocare la partita delle riforme. E su questo terreno sembra agire di sponda con Casini. Ma tutto ciò ha riaperto ferite non ancora rimarginate nel Partito democratico e allargato fossati. Ancora una volta ci si divide, nel Pd. Da un lato Veltroni e il capogruppo alla Camera Dario Franceschini con la loro componente di minoranza (molto agguerrita), dall’altro i D’Alema, i Latorre e, in estrema sintesi, anche il segretario Pier Luigi Bersani, cui il ruolo consiglia però maggior prudenza onde evitare di spaccare il partito a due mesi dal suo insediamento. Per questa ragione il leader dà un colpo al cerchio e uno alla botte e non si espone poi troppo. E in questo nuovo tormentone del centrosinistra si assiste a scomposizioni e ricomposizioni. Franco Marini, per esempio, ha preso le distanze dalla minoranza. Non solo perché non è andato a Cortona. L’ex presidente del Senato ragiona in modo assai simile a quello di D’Alema, anzi, si spinge anche più in là. E’ «favorevole alla versione costituzionale» del Lodo Alfano. Su Antonio Di Pietro ne dice di cotte e di crude: «Basta andargli appresso», esorta Marini ogni volta che può. E poi c’è il responsabile del Welfare, Beppe Fioroni, ex ppi pure lui, che dalla corrente di minoranza non se n’è andato, ma che prende le distanze da certe prese di posizione di Veltroni e Franceschini.

«E’ chiaro — spiega il parlamentare del Pd — che la spina giustizia fa molto male a Berlusconi e che lui non può certo pensare che siamo noi a levargliela. Questo non ce lo può proprio chiedere. Ciò detto, se lui accetta le nostre proposte in materia di riforme (sia quelle sociali che quelle istituzionali) e se lui rinuncia al presidenzialismo, e fa il legittimo impedimento, noi non glielo votiamo, ma non facciamo l’opposizione con la bomba atomica. Non possiamo continuare a essere ossessionati dal fatto che Di Pietro compete con noi per strapparci tre tifosi: da lui pretendiamo il rispetto dovuto al fatto che siamo il più grande partito di opposizione. E allora, invece di interrogarci su che cosa fa il Pd senza di lui, si interroghi Di Pietro su dove va senza di noi». Insomma, dalle parole di Fioroni si evince come la questione sia molto chiara. E si deduce facilmente perché diventa inevitabile che di fronte alla possibilità che risorga un clima da Bicamerale il Pd si spacchi. E Fioroni ha un bell’esortare i suoi compagni di corrente a «non essere un partito nel partito». Le cose stanno esattamente così e le ultime vicende di questi giorni lo testimoniano con assoluta chiarezza: i Pd sono due e ridurli a uno, al momento, appare impresa improba. Maria Teresa Meli 20 dicembre 2009

NOSTRO COMMENTO: Ecco perché Berlusconi vince le elezioni! Quando si assiste a queste scenette da zitelle come si può sperare di fare opposizione seria. Ma dico io Veltroni aveva dichiarato di andare in Africa e non interessarsi di Politica dopo il fallimento della sua linea e delle elezioni  in Sardegna e, soprattutto, della responsabilità che gli Italiani che ricordano non gli perdoneranno tanto facilmente di avere riesumato il Cavaliere (leggi il mio articolo  “Il ritorno del Cavaliere” Categorie: “esclusivi”) Perché questo rientro? Se non è riuscito quando aveva una maggioranza nell’ambito del PD cosa crede di poter fare oggi con Bersani Segretario? Secondo Noi: Niente! Chi lo segue? Nessuno! E allora? Allora Le diamo un consiglio. Veda di andare veramente in Africa, On.le Veltroni,  se non vuole scomparire completamente dallo scenario politico. Gli Italiani si sono rotte le scatole di vedere sempre le stesse facce che ruotano continuamente creandosi sempre nuove verginità. Hanno necessità e diritto di avere un ricambio. Vogliono gente nuova. Lei, per caso si sente nuovo della politica dopo le sue recenti dimissioni e poi il suo nuovo rientro? O crede che gli Italiani non ricordino? O, peggio ancora, crede proprio che siano fessi? Mi ascolti On.le! Vada in Africa. Può darsi che lì farà del bene e verrà ricordato per questo. Glielo auguro! Personalmente La ritengo una persona onesta e semplice e Le dirò che il Suo reingresso non Le porterà alcun giovamento nè a Lei nè al PD così smetterà di altercare con i suoi compagni di cordata. A D’Alema l’ho sempre ritenuto un politico accorto ed intelligente. Certamente diverso da Veltroni. Se D’Alema propone un inciucio avrà i suoi motivi.  Afferma D’Alema: scambiamo  un “ legittimo impedimento”  contro il ritiro del “processo breve” e uno scambio “sulla legge elettorale” , (do ut des!) . Se lo scambio si limitasse a questo, cioè a quanto viene dichiarato, nulla quaestio (anche se l’inciucio è un sistema poco pulito e da evitare. Si capisce!) Ma chi ci garantisce che “l’inciucio” si limita solo a questo? NESSUNO! E Allora! Allora chi vivrà vedrà! La politica è fatta anche di fatti occulti che si sanno solo quando vengono alla luce. Prima NO. In ogni caso ed  inciucio a parte, vi è un dato incontestabile: il fallimento totale  della politica. Meditate gente!

Processo Bassolino: amen!

Processo Bassolino: il 2009 vola via e per Bertolaso c’è il regalo di Natale

Fonte:IDVstaff


Per chi ha gestito i rifiuti della Campania, illecitamente e provocando ingenti danni, è arrivato il regalo di Natale che molti si aspettavano da tempo. Questa mattina l’undicesima sezione del Tribunale di Napoli ha dichiarato incompetente la Procura della Repubblica di Napoli a sostenere l’accusa nel procedimento c.d. “Rompiballe” nato dalla maxi inchiesta dei Pubblici Ministeri Paolo Sirleo e Giuseppe Noviello che coinvolgeva i vertici delle gestioni del commissariato di Governo per l’emergenza rifiuti e, tra gli altri, il capo della protezione civile Guido Bertolaso.

La Corte ha dunque disposto l’immediata trasmissione degli atti alla Procura di Roma. Ricomincerà tutto dall’inizio. I magistrati della capitale dovranno reistruire il fascicolo dalla fase delle indagini preliminari e non è escluso che molte posizioni vengano considerate da archiviare. Perché tutto questo?

Perché nell’inchiesta era finito un magistrato, Giovanni Corona, all’epoca dei fatti consulente del Prefetto Alessandro Pansa che guidava il commissariato per l’emergenza rifiuti, che ha ottenuto il via libera dal CSM, nelle scorse settimane, per tornare in forza alla Procura guidata da Giovandomenico Lepore.

Trenta faldoni costruiti in due anni di indagine, a carico di 25 persone, azzerati dalla sentenza pronunciata dal Tribunale di Napoli.

Questa la notizia, grave, ma prevedibile, che ha scandito questa giornata durante la quale era prevista anche l’ultima udienza per il 2009 del Processo a carico del Governatore della Campania, Antonio Bassolino, per la gestione del commissariato per l’emergenza rifiuti tra il 2002 ed il 2005.

Una lunga testimonianza, quella di Giuseppe Iavazzo, chiamato nel 2003 da Vanoli a guidare l’ufficio flussi all’interno della struttura del commissario. Al termine dell’esame è emerso come l’assenza di raccolta differenziata, gli scarsi controlli all’ingresso degli impianti ed il frequente sovraccarico provocassero spesso il danneggiamento di questi ultimi. E quando un impianto si ferma sono immediate le ripercussioni, in una sorta di effetto domino, in tutta la rete di raccolta e smaltimento.

Secondo la difesa di FIBE e IMPREGILO, responsabili degli impianti, la mancata raccolta differenziata ed il conferimento eccessivo ed indiscriminato di rifiuti provocava danni alle imprese. Nascondersi dietro il dito secondo l’accusa che sostiene invece che fosse proprio il cartello FIBE-IMPREGILO-FISIA a disincentivare la differenziata imponendo ai comuni che non conferivano la quantità di rifiuti stabilita nell’impianto delle penali in denaro.

Le difese, in larga parte, concordano anche nel ritenere la mancata operatività di un impianto di incenerimento dei rifiuti e la saturazione delle vecchie discariche ulteriori fattori a loro discolpa. Una strategia, invece secondo l’accusa, per giustificare interventi d’autorità per l’apertura – senza i necessari controlli – di nuovi siti di stoccaggio.

E’ stato poi ascoltato il teste Antonio D’Alisa, mentre per quanto riguarda Claudio Marro e Massimo Martelli si è deciso, solamente, di acquisire agli atti del processo le loro relazioni, rinunciando all’escussione.

Il processo riprenderà a gennaio. Abbiamo chiesto all’avvocato Andrea Garaventa di fare un bilancio di questi mesi.

NOSTRO COMMENTO: Viva l’Italia!

Fotocamera digitale IXUS 200 IS

Fonte: Canon.it

Dotata di obiettivo ultragrandangolare 24mm, zoom ottico 5x ed un’interfaccia intuitiva con touch screen, la fotocamera Digital IXUS 200 IS da 12,1 Megapixel combina una tecnologia all’avanguardia con l’elegante design IXUS.

Caratteristiche

  • Elegante corpo in metallo in 4 colori
  • Obiettivo con zoom 5.0x grandangolare da 24 mm con stabilizzatore d’immagine ottico
  • CCD da 12,1 megapixel
  • LCD PureColor II Touch formato widescreen da 3″
  • Facile controllo della fotocamera tramite touch screen
  • Smart Auto
  • DIGIC 4
  • Filmati HD da 720p
  • Active Display
  • Interfaccia con funzione suggerimenti

IXUS ultragrandangolare. Un’eleganza da toccare con mano.

Elegante corpo in metallo in 4 colori
L’elegante corpo in metallo in due tonalità della fotocamera digitale IXUS 200 IS ha una struttura solida, è facile da trasportare e piacevole da utilizzare. Disponibile in quattro colori diversi: argento, marrone, viola o blu, per soddisfare tutti i gusti.

Obiettivo con zoom 5.0x ultragrandangolare da 24 mm
L’obiettivo ultragrandangolare da 24 mm è l’ideale per fotografare paesaggi o per le foto di gruppo. Tale obiettivo con zoom ottico 5.0x consente inoltre di avvicinarsi notevolmente al soggetto: l’ideale per ritratti spontanei. Lo stabilizzatore ottico di immagini consente di ottenere immagini prive di sfocature su tutto il campo focale.

Sensore CCD da 12,1 megapixel
Il sensore CCD da 12,1 Megapixel consente di acquisire una grande quantità di piccoli dettagli e consente di trasformare le immagini in stampe formato poster o di ritagliare in modo creativo le immagini senza perderne i dettagli.

LCD PureColor II Touch formato widescreen da 3″
Il display touch screen di facile utilizzo offre un controllo intuitivo delle numerose funzioni della fotocamera. Quando si fotografa, la funzione Tocco AF consente di regolare la messa a fuoco per un soggetto toccando lo schermo, mentre le icone facilmente selezionabili consentono di modificare la modalità di scatto, le impostazioni del flash e l’esposizione. Rivedere le immagini è più semplice che mai: è sufficiente trascinare un dito sullo schermo per scorrere le foto. La funzione Azioni Tocco consente di accedere rapidamente a diverse funzioni di riproduzione mediante semplici movimenti sullo schermo. L’ampio angolo di visualizzazione dello schermo LCD PureColor II Touch e l’eccellente resa del colore e del contrasto garantiscono la leggibilità del display anche in piena luce.

Modalità Smart Auto
La modalità Smart Auto in combinazione con la tecnologia Scene Detection analizza la scena durante lo scatto e determina le impostazioni necessarie per ottenere la migliore foto possibile. I 22 tipi di scena dedicati consentono di realizzare foto straordinarie in tutte le situazioni. Le 20 modalità di scatto comprendono Effetto di luce creativo, una funzione che utilizza lo stabilizzatore ottico d’immagine per creare forme dai punti di luce sullo sfondo delle scene scure.

DIGIC 4
Il processore DIGIC 4 di Canon aumenta la velocità di risposta della fotocamera digitale IXUS 200 IS e assicura un’ottima qualità delle immagini.

Filmati HD da 720p
Creazione di filmati HD in formato panoramico (16:9) (1280 x 720 a 30 fps) e riproduzione sui televisori HD tramite la connessione HDMI.

Display attivo
La funzione Display attivo consente di scorrere le immagini, avviare e arrestare i filmati e controllare la messa a fuoco della foto, muovendo o inclinando leggermente la fotocamera.

Interfaccia con funzione suggerimenti
L’interfaccia con funzione suggerimenti, visualizza automaticamente spiegazioni, consigli durante lo scatto e la riproduzione nei menu, per facilitare l’utilizzo della fotocamera. Prezzo oscilla dai 280 a 300  Euro

NOSTRO COMMENTO: Tenuto conto che ha un CCD da 12,1 megapixel. Fà  filmati video in HD e si connette tramite HDMI. Mi pare buona! Anche il prezzo in rapporto alle prestazioni appare abbordabile. Via! Facciamo un regalo di Natale!

IL CONSENSO INFORMATO:

A grande richiesta dei navigatori di questo sito trasmetto  i video da me registrati in data odierna su Vimeo.com e Youtube:


FOTO E VIDEO IN RETE


Un arresto in diretta

Fonte: Antimafia2000.it

di Maria Loi – 18 dicembre 2009


Milano.
E’ il sistema Prosperini: appalti truccati in cambio di tangenti e soldi pubblici per coprire debiti personali. Così l’assessore al Turismo e allo sport Piergianni Prosperini è stato raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare in cui lo si accusa di corruzione, turbativa d’asta e truffa.

Nelle circa 50 pagine dell’ordinanza firmata dal gip Andrea Ghinetti compaiono anche i nomi del consulente della Regione, Massimo Saini e del proprietario di Odeon Tv, Raimondo Lagostena. Secondo l’accusa, l’assessore Prosperino avrebbe ricevuto una tangente di 230 mila euro dall’imprenditore Raimondo Lagostena che si è aggiudicato un appalto da 7 milioni di euro per promuovere il turismo lombardo sulle emittenti televisive locali. I soldi sarebbero stati versati su un conto svizzero del politico all’Ubs di Lugano: una parte “sei settimane dopo la stipula del contratto” con la Regione e i restanti “fino a ottobre 2008”.
Nell’inchiesta dei pm milanesi Alfredo Robledo e Massimo Storari è emerso inoltre che Prosperini avrebbe pagato con i fondi regionali debiti per circa 200 mila euro per le sue campagne elettorali con emittenti lombarde Telelombardia e Telecity. Come confermano tra l’altro anche numerose intercettazioni.
Ancora, negli atti dell’indagine, si legge di 7 società off shore di cui l’assessore “avrebbe avuto disponibilità diretta o indiretta” scrive il gip. E in riferimento ad una tangente di 800 mila euro, provento della vendita di 8 pescherecci da parte dei Cantieri Navali Vittoria al governo eritreo, nelle carte si parla anche di “corruzione di funzionari di stati esteri”.
Stamani i militari della Guardia di Finanza hanno sequestrato all’assessore lombardo cinque conti correnti sui quali sono stati trovati 250 milioni di euro.
Intorno alla vicenda Prosperini gli esponenti del Pdl hanno fatto quadrato e lo stesso presidente della Regione, Roberto Formigoni, ha dichiarato che “almeno dalle carte l’arresto di Prosperini non sembra motivato”, anche se l’assessore dovrà chiarire parecchie cose.
La notizia dell’arresto gli è giunta da un giornalista mentre partecipava ad un programma tv, “Forte e chiaro” su Antenna Tre quando le agenzie hanno battuto le prime notizie del suo arresto. Prosperini non ha taciuto: “Ci sono delle agenzie che dicono che sono arrestato. Non è così. Sbagliano, sono qua bello paciarotto, bello tranquillo”. Ma poi la voce è andata via ed è stato inutile per il conduttore contattarlo.

NOSTRO COMMENTO: Noi siamo sempre cauti in materia di arresti. Prima di fare un processo mediatico aspettiamo che la magistratura si pronunci. Intanto riportiamo la notizia come fatto di cronaca.

« Articoli più recenti - Articoli precedenti »