I miliardi di Messina-Denaro

Il governo mafioso di Messina Denaro, tra le sue mani i miliardi della Cosa Nostra ”sommersa”

Fonte:Antimafia2000.it

di Rino Giacalone – 27 gennaio 2010

Se ci fosse una hit parade dei capimafia più ricchi, in testa, probabilmente, ci sarebbe lui: Matteo Messina Denaro, giovane boss trapanese, originario di Castelvetrano, 48 anni ad aprile e latitante dal 1993.

In un anno, le forze dell’ordine gli hanno sequestrato un patrimonio di un miliardo e 400 milioni di euro, più o meno il 5% del bilancio annuale della Regione siciliana. Beni immobili, quote societarie, conti correnti e molto altro formalmente intestati a imprenditori, di fatto alter ego del padrino, che hanno reinvestito l’enorme massa di denaro guadagnato dalla cosca nelle attività più disparate: dall’edilizia, al settore della distribuzione alimentare. Matteo Messina denaro ha guidato una cupola che è stata una sorta di governo. La mafia trapanese ha vissuto con una serie di ministri. Quello alle grandi infrastrutture don Ciccio Pace che prese nel 2001 a Trapani il posto che fu di Vincenzo Virga, che prima di lui si era occupato di edilizia pubblica e privata, ma anche di autotrasporti e smaltimento dei rifiuti; c’è quello dei lavori pubblici, Rosario Cascio, imprenditore di Partanna, che ha subito un sequestro da 400 milioni di euro e adesso il bis per 550 milioni di euro, c’è quello del commercio, il “re” della grande distribuzione, Giuseppe Grigoli, anche lui di Castelvetrano, spossessato di beni per 700 milioni di euro, c’è stato quello all’economia e ai rapporti con la politica, l’imprenditore valdericino Tommaso Coppola che dal carcere si occupava di legge 488 e cantieri di opere pubbliche. Tutti imprenditori prestati o finiti assoldati negli organici della nuova cosa nostra. Quella sommersa, che non spara ma che non è meno pericolosa. Non perché sia invisibile perché il vero è il contrario, è visibilissima, è pericolosa perché è bene infiltrata, pronta a mascariare tutto e a rendere sistema legale ciò che è un sistema illegale. Questo raccontano le cronache giudiziarie. E le sentenze di diversi processi. L’ultima delle nomine fatte da Messina Denaro è stata quella di un imprenditore di Salemi, Melchiorre Saladino. Nominato ministro per l’energia e l’ambiente. A capo della mafia che si è scoperta essere ambientalista.. Una mafia ecologica, verde ma mai al verde.

L’ultimo colpo alle casse del capomafia è recente e porta la firma della sezione misure di prevenzione del tribunale di Agrigento, che ha disposto il sequestro di beni per oltre 550 milioni di euro intestati all’imprenditore Rosario Cascio, già condannato per associazione mafiosa, ritenuto l’interfaccia di Messina Denaro nell’edilizia e nel movimento-terra. Un provvedimento «doppione» di quello disposto l’anno scorso che ha consentito, però, di blindare il patrimonio del costruttore ed evitare che gli venisse restituito. «Il tribunale del riesame – ha spiegato l’ex procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Roberto Scarpinato che ha coordinato le indagini patrimoniali condotte dalla Dia e dalla Guardia di Finanza – aveva infatti disposto un dissequestro parziale, sostenendo che dovessero essere restituiti tutti i beni che non erano serviti alla consumazione del reato e aveva confermato la misura solo in relazione alle imprese di calcestruzzi attraverso le quali, Cascio, grazie al metodo mafioso esercitava il monopolio nel settore». «Contro questa decisione – ha aggiunto Scarpinato – abbiamo fatto ricorso, ma, nel frattempo, abbiamo bloccato il patrimonio col sequestro disposto dalla misura di prevenzione che era stato proposto dalla Dia di Trapani». Infinito l’elenco dei beni sottratti a Cascio che – insieme al cosiddetto ministro dei Lavori Pubblici di Totò Riina, Angelo Siino – sedeva al “tavolino” attorno al quale veniva decisa la spartizione degli appalti pubblici. Arrestato, ha scontato la pena, poi è tornato a occuparsi dell’aggiudicazione illecita dei lavori: questa volta su scala più ridotta puntando sulle province di Trapani e Agrigento. Gli inquirenti l’hanno nuovamente incriminato. Ma stavolta hanno aggredito anche i beni. Due volte a distanza di un anno. Si va da 15 tra ditte individuali e società di capitali che operano nel settore edilizio, a 200 appezzamenti di terreno, 90 fabbricati, 9 stabilimenti industriali tra cui diversi silos e120 automezzi. Sotto sequestro sono finiti anche 80 tra ville, appartamenti, palazzine e magazzini, 50 veicoli e un’imbarcazione da diporto. Un patrimonio immenso su cui Messina Denaro e il suo clan non potrà più mettere le mani.

Fratelli potenti. Rosario e Vitino Cascio, lo sarebbero anche a dispetto anche dell’età, 76 anni il primo, 68 il secondo. Mafia e imprenditoria messi assieme nelle loro mani. Questo il retroscena della loro «potenza». E poi il fatto di essere stati parte della «catena» di collegamenti con il super boss latitante, Matteo Messina Denaro. I fratelli Cascio sono tutti e due originari di Santa Margherita Belice ma è a Partanna che sono cresciuti e sono diventati quello che oggi sono, imprenditori che una volta erano a disposizione di Cosa Nostra e poi col passare del tempo sono diventati loro stessi mafiosi secondo le indagini dei magistrati antimafia e le sentenze che hanno colpito in particolare Rosario, il più grande dei due, il «pezzo da 90». Adesso il Tribunale delle misure di prevenzione di Agrigento ne ha riconosciuto la pericolosità sociale e disposto dunque il sequestro del loro patrimonio disseminato in mezza Sicilia Occidentale. Una «cassaforte» da 550 milioni di euro. La proposta di sequestro è stata avanzata sia dalla Dia di Trapani che dalla Dda di Palermo. Inizialmente il fascicolo era arrivato al Tribunale di Trapani, poi la trasmissione, per competenza a quello agrigentino. Il collegio composto dai giudici Sabatino, Infantino e Podda hanno posto il sigillo del sequestro. Il Tribunale di Agrigento ha rappresentato che il sequestro è frutto delle «risultanze della verifica sulla sperequazione patrimoniale», nonché della ricostruzione delle «numerose vicende giudiziarie che hanno visto coinvolto Rosario Cascio che sono inscindibilmente legate allo svolgimento dell’attività imprenditoriale dello stesso, specie nel settore dei calcestruzzi e degli inerti, all’aggiudicazione di appalti pubblici, d’opere o di forniture, e di contratti con privati. Tradotto, siamo dinanzi a imprese mafiose. Imprese come moderne armi della mafia, quella sommersa che non usa più pistole, fucili e tritolo, ma questo non significa che non sia più capace di farlo, imprese usate da Ciosa Nostra per minacciare e infiltrarsi. Imprese di calcestruzzo tanto per cominciare per poi proseguire con il soverchiare in altri settori, agricoltura, carburanti, commercio di auto, immobiliare. Molte di queste società, e in particolare quelle che non si occupano di calcestruzzo, e che sono finite sequestrate, tutte costituite in epoca successiva all’emergere degli indizi di appartenenza di Cascio al sodalizio criminale, secondo i giudici «c’è la fondata ragione di ritenere che la loro costituzione è stata fatta con i proventi della gestione mafiosa e coi guadagni illeciti».

Le prime indagini sull’imprenditore Rosario Cascio risalgono al 1977, quando con rapporto giudiziario fu denunciato assieme a Totò Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella per favoreggiamento aggravato nell’omicidio del tenente colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo e dell’insegnante Filippo Costa. Un delitto si ricorda legato agli ingenti lavori pubblici relativi alla costruzione del bacino idrico «Garcia», tra Monreale e Roccamena. Cascio fu poi prosciolto per insufficienza di prove. Nel 1992 fu arrestato assieme a Vito Giuseppe Buscemi, la prima volta che contro di lui si profilò l’accusa di associazione mafiosa finalizzata alla gestione di appalti pubblici. È l’indagine che nel 2005 lo portò alla condanna definitiva per mafia a sei anni, una sentenza che certificò l’influenza di Cosa Nostra per il controllo «integrale» degli appalti pubblici, dalla scelta delle opere pubbliche da finanziare, all’accordo tra le imprese per le aggiudicazioni, alla conseguente manipolazione delle gare, alla gestione dei sub-appalti, per arrivare alle forniture e all’influenza nella esecuzione dei lavori e dei collaudi. Rosario Cascio è stato presente in ognuno di questi passaggi, e lo cominciò ad essere diventando punto di riferimento di Angelo Siino, il cosidetto «ministro dei Lavori Pubblici» di Totò Riina. Il suo nome saltò fuori anche per la creazione di un consorzio di imprese «Unicav» che si occupava di fornitura degli inerti e del calcestruzzo a Montevago e Menfi. I giudici hanno accertato la «specialità» mafiosa di Rosario Cascio e cioè quella di «intervenire nella prima fase degli appalti pubblici (o privati) e nella scelta del contraente», facendo parte di un «comitato di affari», costituito da imprenditori e mafiosi, «questi ultimi avevano il compito di esercitare la “giusta” forza intimidatoria per evitare che qualcuno avesse a contrariarsi». Nel 2008 con l’operazione «Scacco Matto» condotta nell’agrigentino Rosario cascio tornò tornato nuovamente sotto inchiesta assieme ad altre 60 persone, trovato sempre ad occuparsi di cemento, appalti, imprese, ma stavolta con ruolo di promozione, ruolo rilevante in particolare tra Montevago, Sambuca di Sicilia, Menfi, Santa Margherita Belice, Ribera, Lucca Sicula. In questo caso anche come impositore del pizzo, tre per cento chiesto ad Adriano Ruvo della «Compagnia Costruzioni Mediterraneo», ed ancora ai titolari delle ditte «Tcnis» e Sigenco» per lavori appaltati dall’Anas.

I beni sottoposti a sequestro sono la «Calcestruzzi Belice» di Montevago, capitale da 400 mila 400 euro, la società «Siciliana Conglomerati» di Partanna, 10 mila euro, «Calcestruzzi Clemente» di Montevago, valore 103 mila euro , ditta individuale lavori edili «Cascio Rosario» di Partanna, ditta individuale «Accardo Maria», Partanna, esercente l’attività di «colture miste viti-olivi-frutticole», «Calcestruzzi srl» di Montevago, capitale da 46 mila 800 euro, «Atlas Cementi», Mazara, «Inerti srl» di Menfi, valore 93 mila euro, quota sociale della «Trasped» di Mazara, azienda di autotrasporto, società «Vini Cascio» di Castelvetrano, valore 100 mila euro, società «Efebo Car srl» di Castelvetrano, capitale 153 mila euro, quota di capitale sociale detenuto nella «Pedone srl» di Partanna, quota di capitale sociale detenuto nella «Castelpetroli» di Castelvetrano, esercente l’attività di «gestione di impianti di distribuzione di carburanti nonché la gestione e l’esercizio di bar, ristoranti, tabacchi, lotto e lotterie in genere», quota di capitale sociale detenuto nella «Saturnia srl» di Partanna, produzione, trasformazione e commercializzazione di prodotti agricoli in genere, quota di capitale sociale detenuto nella società cooperativa «L’olivo» di Partanna. Nell’elenco dei sequestri anche terreni di Castelvetrano, località «Manicalunga», «Zangara», «Petrulla», «Belice del mare», Menfi, Montevago, Partanna «Montagna Corvo», fabbricati, autorimesse e palazzine, alcune anche in corso di costruzione, a Partanna, Menfi, Santa Margherita Belice, fabbricati rurali sparsi in diverse zone del Belice. Sequestrata anche una imbarcazione da diporto, la «Civoleva», una barca da 13 metri iscritta al registro marittimo di Viareggio e poi numerose automobili e conti correnti. valore finale di tutto, 550 milioni di euro.



Categorie:Giustizia, mafia

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