Mafia e colletti bianchi

Mafia e Colletti bianchi: 129 indagati nell’inchiesta della Dda di Bari

di Monica Centofante – 1 dicembre 2009

FONTE: ANTIMAFIA2000.IT

E’ il vero volto della mafia pugliese. Così fonti giudiziarie baresi hanno commentato l’indagine della Guardia di Finanza contro il clan Parisi, che questa mattina ha portato a 83 arresti e al sequestro di beni per 220 milioni di Euro.

A quanto si apprende l’inchiesta coordinata dalla Dda, che ha smantellato il clan barese guidato da Savinuccio Parisi, conterebbe ben 129 indagati e coinvolgerebbe sei direttori di banca, professionisti, amministratori pubblici e avvocati, tutti in affari con la criminalità organizzata locale. Così come emerso, tra le altre cose, da una serie di intercettazioni telefoniche e ambientali e da filmati ritenuti dagli inquirenti particolarmente significativi.
Al centro dell’indagine, l’imprenditore barese Michele Labellarte (deceduto a settembre), presunto riciclatore del clan Parisi e bancarottiere. Intercettato all’interno della sua abitazione, nel corso di una lunga malattia, mentre prima di morire spiegava ai mafiosi e insospettabili colletti bianchi che lo andavano a trovare come era stato investito il loro denaro.
Tra i soggetti coinvolti nell’inchiesta figurano l’ex consigliere laico di centrosinistra del Csm Gianni Di Cagno, l’ex vicepresidente della Provincia di Bari Onofrio Sisto, entrambi avvocati, il notaio Francesco Mazza, indagato per un falso compiuto in relazione a un’asta giudiziaria e l’onorevole Elvira Savino, parlamentare pugliese del Pdl. Indagata per aver agevolato l’attività di riciclaggio del denaro proveniente dalla bancarotta della società “New Memotech srl”. Per la quale Labellarte era stato condannato per bancarotta fraudolenta.
Secondo l’accusa, la Savino avrebbe inoltre consentito l’intestazione fittizia di un conto corrente bancario ottenendo in cambio “numerosi favori e regalie”.
I due avvocati, invece, insieme al civilista Giacomo Porcelli, sarebbero accusati di aver reimpiegato danaro sporco per non aver rispettato gli obblighi di segnalare le attività sospette alle autorità competenti. E di aver avuto rapporti professionali, per i quali avevano ricevuto regolare mandato, a rappresentare Labellarte nei rapporti con enti pubblici per curare la realizzazione di un campus universitario che avrebbe dovuto ospitare 3.500 studenti nei pressi di Bari. E dietro al quale, in realtà, vi erano gli uomini di Savinuccio Parisi.
Al “business” del centro universitario, secondo quanto trapelato, sarebbero stati interessati diversi imprenditori compiacenti mentre professionisti e amministratori pubblici del Comune di Valenzano – tra cui l’ex vicesindaco Donato Amoruso e l’assessore Vitantonio Leuzzi – si sarebbero adoperati per agevolare l’iter burocratico legato all’approvazione delle concessioni con la mira di partecipare agli utili frutto della vendita dei beni realizzati.
Ancora, si legge negli atti dell’indagine, il clan “condizionava il risultato delle elezioni amministrative tenutesi nel Comune di Valenzano nel maggio 2006” attivandosi per procurare
all’imprenditore Antonio Perilli “un supporto di voti che contribuivano alla sua elezione quale consigliere comunale dell’Udc”. Mentre una volta eletto “Perilli, a sua volta, assicurava contatti e canali privilegiati con quell’amministrazione al fine di ottenere concessioni edilizie; approvazioni di progetti e lottizzazioni di interesse del clan”. “Canali privilegiati d’informazione – prosegue l’accusa – venivano altresì acquisiti grazie al supporto di appartenenti alla locale polizia municipale del Comune di Valenzano e, in particolare, del vigile urbano Antonio Volpe (accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, ndr) il quale forniva al sodalizio informazioni estremamente utili alla sua sopravvivenza ed integrità”.
Oltre mille i finanzieri che questa mattina hanno eseguito gli arresti disposti dalla Dda di Bari a carico di affiliati accusati principalmente di associazione a delinquere di stampo mafioso, tentato omicidio, usura, riciclaggio, turbativa d’asta e traffico internazionale di stupefacenti.
Tra i beni sequestrati vi sono invece aziende, terreni, conti correnti, autovetture di grossa cilindrata, immobili, cavalli da corsa e scuderie nonché quote della società “Sport&More”, attiva a livello internazionale nel commercio di abbigliamento sportivo e secondo l’accusa utilizzata a fini di riciclaggio di denaro sporco. Sequestrata anche la società londinese di bookmaker “Paradisebet limited”. Dedita alle commesse clandestine on line su eventi sportivi, attiva in molti Stati e gestita in Italia proprio da affiliati al clan barese.

Arrestati i fedelissimi di Provenzano

di Maria Loi – 1 dicembre 2009
Palermo.
Stamani è stata eseguita l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 11 affiliati alla famiglia mafiosa di Bagheria: Simone Castello, Luciano Castello, nipote di Simone…

…Dario e Giuseppe Comparetto; Leonardo e Massimiliano Ficano; Emanuele Giovanni Leonforte; Stefano Lo Verso; Cristoforo Morici; Onofrio Morreale e Francesco Pipia in una operazione congiunta dei Carabinieri e degli agenti della Squadra Mobilie della Questura di Palermo. L’ordine è stato dato dal gip Piergiorgio Morosini su richiesta dell’aggiunto Ignazio De Francisci e dei sostituti Nino Di Matteo e Marzia Sabella.
Sono loro, i fiancheggiatori che avevano preso il controllo del territorio di Bagheria la zona franca del boss Provenzano, ad essere accusati di associazione per delinquere di tipo mafioso finalizzata alle estorsioni, alla detenzione di armi da fuoco e all’intestazione fittizia di beni.
Le indagini, che già nel 2005 avevano smantellato la fitta rete di fedelissimi di Provenzano, si sono incrociate con un altro filone investigativo che ha permesso di ricostruire i numerosi interessi economici del mandamento di Bagheria e il ruolo di primo piano svolto dagli indagati, tutti di una certa levatura criminale, che per anni avevano garantito la latitanza di Bernardo Provenzano.
Il personaggio di maggiore spicco coinvolto nell’inchiesta è Simone Castello, 60 anni, di Villabate, il ‘postino’ di Provenzano, l’uomo, cioè, che recapitava i “pizzini” del boss. E’stato arrestato in Spagna, dove gestiva una società di import-export di frutta e ortaggi. Il 18 novembre scorso la Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo aveva disposto nei suoi confronti anche la confisca di un patrimonio del valore di dieci milioni di euro sequestrato 10 anni fa.
Un altro degli arrestati, invece, Massimiliano Ficano, fedelissimo di Zu Binu, sarebbe entrato in Cosa Nostra grazie a due padrini d’eccezione: Onofrio Morreale e Francesco Pastoia. Il primo era uno dei mafiosi più prestigiosi di Bagheria, pupillo di Provenzano, genero del boss di Bagheria Nicolò Eucaliptus (per averne sposato la figlia Ignazia); ’altro, Francesco Pastoia, era uno dei gregari più fidati di Bernardo Provenzano, morto suicida in carcere, qualche giorno dopo l’operazione “Grande Mandamento”.
Sotto la lente degli inquirenti c’è un’intercettazione in cui gli indagati parlano di “armi custodite da trasportare”, si suppone che si tratti di un arsenale che gli investigatori però non sono ancora riusciti a trovare.

NOSTRO COMMENTO: Fate girare.



Categorie:mafia

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