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Un punto dell’economia: lo scudo fiscale

Fonte:IDVSTAFF


 

sandro_trentoParliamo dello scudo fiscale, provvedimento recentemente promosso dal governo e approvato dal Parlamento.

Lo scudo fiscale rientra nella tipologia dei “condoni”, degli strumenti di politica economica che vengono utilizzati in situazioni drammatiche, dove lo Stato ha urgente bisogno di capitali e dichiara la propria impossibilità a recuperare per vie ordinarie capitali sottratti al fisco o, come in questo caso, esportati illecitamente all’estero.

Si tratta di un provvedimento che rappresenta una grave rottura nel modo di funzionare di un economia di mercato. Si consente di riportare in Italia capitali illecitamente portati all’estero pagando soltanto il 5% del totale per rimettersi a posto con il fisco. Questo però è associato al fatto che si mantiene l’anonimato sul soggetto che ha commesso l’atto illecito, precludendo all’amministrazione fiscale la possibilità di fare ulteriori accertamenti e di tenere sotto controllo questo soggetto nel tempo, avendo compiuto atti non leciti.

In secondo luogo questo provvedimento elimina l’obbligo degli intermediari, per esempio le banche, di segnalare operazioni di esportazione all’estero di capitali.

Il terzo aspetto da sottolineare è che questo provvedimento, se confrontato con gli altri Paesi come gli Stati Uniti e il Regno Unito, è molto più accondiscendente nei confronti dell’evasore. Chi vuole beneficiare dello scudo fiscale negli Stati Uniti e nel Regno Unito deve pagare non solo il valore proporzionato al capitale esportato, ma pagare anche le tasse arretrate con gli interessi di mora e si applica, in aggiunta, una vera e propria sanzione. In Italia non ci sono ne il pagamento delle tasse arretrate ne la sanzione, si paga solo il 5% e si è a posto.

Perché è un grave provvedimento? Perché si lancia un segnale ai contribuenti, alle imprese e agli operatori in cui si dice che non è necessario rispettare le regole e pagare le tasse, basta pagare ogni tanto una piccola sanzione del 5% e si torna a posto con il fisco. Quindi, chi ha pagato le tasse ed è stato in regola con il fisco è stato uno scemo, una persona che ha fatto qualcosa che non andava fatto.

Questo è particolarmente grave, in un Paese come l’Italia nel quale, secondo le dichiarazione recenti delle amministrazioni fiscali, ogni anno vengono sottratti al fisco 200 miliardi di euro, cioè il 24,5% del reddito prodotto in Italia ogni anno non viene dichiarato al fisco. Chi evade le tasse, di fatto, svolge un azione deleteria nei confronti di tutti gli altri. L’impresa che evade le tasse ha un vantaggio competitivo rispetto all’impresa che paga le tasse, dovuta al fatto che ha più soldi a disposizione e svolge concorrenza sleale rispetto alle altre imprese. La presenza di evasori crea uno squilibrio che rischia di minare il modo di funzionare di un economia di mercato.

Un economia di mercato si fonda su relazioni fiduciarie, cioè sull’idea che il proprio partner commerciale sia una persona affidabile, che quando sarà il momento pagherà gli obblighi e gli oneri di cui si fa carico in un contratto.

L’adozione di provvedimenti come il condono fiscale e lo scudo fiscale generano incertezza sul comportamento degli altri. E’ come se domani dicessimo “non è detto che puniamo il furto o l’omicidio”: si comincia a creare una situazione nella quale non sappiamo se il nostro partner sarà una persona rispettabile e affidabile.

Non solo il provvedimento è iniquo, perché si chiede troppo poco, non solo si sta concedendo di più di quanto avviene all’estero agli evasori, ma stiamo anche incentivando l’evasione fiscale proprio in un Paese nel quale l’ammontare dell’evasione annua è gigantesca. E’ un fatto estremamente grave e preoccupante.

E’ curioso ricordare che negli anni scorsi il ministro Tremonti, in varie trasmissioni televisive, si era impegnato pubblicamente dicendo che non avrebbe mai più adottato condoni fiscali, mentre invece, come al solito, ci troviamo nelle solite situazioni.

I costi della giustizia

Un punto dell’economia: i costi della Giustizia

Fonte:idvstaff


 

sandro_trentoVorrei parlare oggi delle conseguenze negative che ha nell’economia italiana l’inefficienza della Giustizia.

L’economia italiana non cresce da molti anni, e questo è riconducibile ad una serie di ragioni strutturali che vanno al di là della crisi in corso negli ultimi due anni. Ci son ragioni legate ad una mancanza di un adeguata struttura di infrastrutture, alla scarsa attività di innovazione che viene svolta dalle imprese o dalle università, e in generale c’è un problema di inefficienza del settore pubblico.

In Italia ci sono un numero eccessivo di leggi. Si contano complessivamente 21700 leggi, mentre in Germania ce ne sono soltanto 4500. Questo eccesso di norme crea molte difficoltà, dove è difficile orientarsi e su quale comportamento seguire. Se andiamo a guardare la natura di queste leggi, spesso prevedono regole molto vincolanti per chi vuole fare impresa. I costi amministrativi legati a queste norme hanno un elevatezza significativa, e costituiscono una barriera per chi vuole avviare un impresa.

Nella classifica dei paesi sulla base della qualità della regolamentazione pubblica, stilata dalla Banca Mondiale, l’Italia è posizionata al 65° posto. Per avere un idea, i Paesi dell’Ocse, i paesi europei e più avanzati, sono in media intorno al 27° posto. Noi siamo al 65° mentre i nostri concorrenti al 27°.

Per recuperare un credito commerciale in Italia ci vogliono in media, secondo una stima fatta nel 2008, 1210 giorni. Nei paesi Ocse in media ci vogliono 463 giorni. Questo per dare un idea di quanto sono lunghi i tempi della giustizia in Italia.

Questi lunghi tempi di attesa fanno si che anche quando qualcuno ha palesemente torto in partenza preferisca farsi citare in giudizio confidando nel fatto che i tempi per arrivare ad una sentenza sono talmente lunghi, sufficienti per trovare un escamotage per farla franca.

I tempi lunghi della giustizia accrescono di fatto la litigiosità degli italiani. Siamo un Paese molto litigioso, che frequentemente finisce in tribunale perché tempi cosi lunghi incentivano comportamenti illeciti. Coloro che commettono atti illeciti confidano nel fatto che ci verrà molto tempo per arrivare ad una sentenza da parte del tribunale.

Tempi lunghi creano un circolo vizioso, dove aumenta la domanda di giustizia che finisce per ingolfare i tribunali stessi. Sul lato dell’offerta ci sono delle considerazioni da fare. Il numero dei magistrati non è distribuito in modo efficiente sul territorio. C’è un eccesso di magistrati in tribunali nei quali il numero dei casi è ridotto, mentre scarseggiano nei tribunali dove il numero delle cause pendenti è elevato. Scopriamo che c’è, inoltre, un grado di disparità di efficienza dei nostri tribunali: ci sono tribunali come quelli di Trento, Torino e Bolzano, dove riescono a giungere a sentenze in tempi molto rapidi, al contrario di altri tribunali come quelli di Messina e Taranto.

Perché ci occupiamo di inefficienza della Giustizia? Una Giustizia inefficiente finisce per creare incertezza sui contratti.

Un’economia di mercato si basa essenzialmente sui contratti tra gli operatori, e quando i tempi della Giustizia sono particolarmente lunghi, e si deve aspettare tantissimo per capire chi ha torto e chi ragione, si crea un incertezza sul modo di comportarsi di fronte alla controparte.

L’inefficienza della Giustizia influisce sul comportamento dei finanziatori. Pensiamo alle banche: è chiaro che in un Paese nel quale per recuperare un credito, o un mutuo finito male, ci vogliono molti anni, le banche finiscono per attuare comportamenti molto prudenti, al contrario delle banche dei Paesi nei quali la giustizia è molto più rapida. Questo comporta costi maggiori del credito e dei mutui, più alti rispetto ai costi degli altri Paesi.

Questa inefficienza della Giustizia incentiva comportamenti illegali, anche sul lavoro. Si assumono lavoratori in nero sapendo che, anche se si viene scoperti, passeranno molti anni prima di essere puniti. Nelle compravendite si crea un rischio frequente di essere truffati perché si sa che tanto la Giustizia è molto lenta.

Si riducono le opportunità di scambi via Internet. Il nostro Paese ha un livello di commercio elettronico molto più basso di altri Paesi avanzati: se qualcuno viene truffato in Internet dovrà aspettare tantissimo tempo per arrivare ad una decisione risarcitoria.

L’inefficienza della Giustizia si traduce in maggiori costi per le imprese e per gli operatori. Questi costi, aggiuntivi legati all’inefficienza della Giustizia, vengono stimati a 2,3 miliardi di euro l’anno, quasi 400 mila euro all’anno per ogni impresa attiva all’anno.

Bisognerebbe adottare una strategia di razionalizzazione dei tribunali, accorpando tribunali di dimensione troppo ridotta, concentrando le risorse in tribunali dove il carico di lavoro è significativo, ridistribuendo magistrati sul territorio in maniera più efficiente. Aumentare gli organici della magistratura, assumere un maggior numero di magistrati, e immaginare una specializzazione dei tribunali. Ad esempio, sui temi dell’economia è pensabile che si creino dei tribunali ad hoc con dei magistrati specializzati sui temi dell’economia e che siano in grado di giungere con maggiore rapidità a quelle decisioni che stanno a cuore agli operatori economici.

Un’altra proposta è quella che vede l’istituzione di un manager organizzativo, una persona altamente qualificata che sia in grado di organizzare il carico di lavoro all’interno del tribunale, non necessariamente un magistrato.

Altro elemento importante è l’adozione di tecnologie telematiche. E’ ora che i nostri tribunali entrino nel 21° secolo, utilizzando il computer, internet e i processi telematici. Anche questo è un modo per accelerare i tempi della Giustizia.

Che cosa fa il Governo? Nulla, si è piuttosto preoccupato di lavorare sul lodo Alfano, un provvedimento che voleva sospendere i processi per il capo del governo, una questione lontanissima dall’inefficienza dei nostri tribunali e che non ha nulla a che vedere con l’emergenza che il nostro Paese sperimenta tutti i giorni.

Il Governo sta lavorando ad una proposta di riforma della Giustizia e della magistratura che prevede di sottoporre i pubblici ministeri al controllo del governo stesso. Anche in questo caso non c’è nulla che fa riferimento all’efficienza della giustizia, ma si intende sottoporre i pubblici ministeri ad un maggior controllo dell’esecutivo probabilmente per proteggere quei politici corrotti che sono oggetto di processi da parte della magistratura.

L’economia italiana, le imprese italiane e i cittadini italiani avrebbero bisogno di un grande progetto di riforma della giustizia che consenta di ridurre i costi amministrativi connessi e consentano l’economia italiana di crescere a ritmi più sostenuti.

La crisi esiste

Un punto dell’economia: la crisi esiste

Fonte:idvstaff

Oggi parliamo della situazione economica italiana, con riferimento innanzitutto ai dati rilasciati dal fondo monetario il 1 settembre. Il fondo monetario conferma che la crisi finanziaria quest’anno sarà una crisi molto grave, in particolare l’economia italiana sarà tra i Paesi che subiranno maggiormente la crisi in atto: parliamo, secondo il fondo monetario, di una caduta per il 2009 del prodotto interno lordo e quindi della ricchezza che viene prodotta in Italia in un anno pari al 5, 1%, è una caduta del 5, 1%. Solo la Germania e il Giappone avranno una caduta superiore alla nostra, del 5, 3% e del 5, 4%. Per avere un’idea, la Francia avrà una caduta del prodotto interno lordo in quest’anno, nel 2009, pari al 2, 4% e quindi la metà rispetto alla nostra caduta.

Siamo tra i Paesi che più di altri vengono a soffrire per la crisi in corso: questo nonostante il governo e le forze di centrodestra continuino a ripetere che l’economia italiana sta reagendo meglio, che è messa meglio delle altre e che non c’è bisogno di interventi per correggere la rotta. Ma non solo quest’anno subiremo conseguenze peggiori degli altri: anche la ripresa che si preannuncia per l’anno prossimo non è una ripresa esaltante, il fondo monetario dice che nel 2010 avremo una crescita dello 0, 2%, quindi praticamente saremo fermi anche l’anno prossimo.

Per avere un’idea, gli Stati Uniti l’anno prossimo cresceranno dell’1, 5%, molto più di noi, eppure sono il Paese che era il cuore della crisi in corso. Il paradosso è che, a fronte di questi dati, il governo annuncia una Finanziaria cosiddetta light, una Finanziaria leggera, ossia una Finanziaria praticamente fatta quasi di niente: non ci saranno, anche quest’anno, provvedimenti significativi per sostenere la domanda, per sostenere i consumi delle famiglie e per sostenere le imprese. Le imprese sono, in questo momento, in grande difficoltà e quella che si registra è una situazione di vera crisi industriale: le piccole imprese in particolare hanno una caduta del fatturato che oscilla tra il 30 e il 50%, rispetto all’anno precedente.

Le esportazioni stanno cadendo su base annua di circa il 30%, c’è un aumento continuo del numero di imprese che falliscono e i Tremonti Bonds, i famosi Tremonti Bonds, ossia lo strumento con il quale Tremonti aveva preannunciato di ricapitalizzare le banche, si stanno dimostrando un grande fallimento. In questi giorni abbiamo scoperto che nessuna delle grandi banche italiane utilizzerà i Tremonti Bonds: questo però si associa al fatto che le piccole imprese sono senza liquidità, sono una crisi grave anche sotto il profilo del credito.

Gli altri Paesi che cosa stanno facendo? In Germania è stato istituito un fondo per il credito alle piccole imprese di 5, 3 miliardi di Euro; in Francia il governo francese ha appena annunciato un taglio delle tasse sulle imprese per 11, 6 miliardi di Euro, conseguentemente le imprese piccole in Germania e in Francia hanno sostegno da parte dei loro governi, in Italia non si sta facendo nulla.

Su Il Corriere della Sera del 2 ottobre c’è un articolo, una lettera interessante di un imprenditore del nord est, Paolo Trovò, che chiede al governo come mai si annuncia una nuova stagione di incentivi per la rottamazione delle automobili, quindi a sostegno della grande industria di Torino e di Milano e non si fa nulla per le piccole imprese. Quello che credo stia venendo fuori è che il governo e il centrodestra abbiano illuso, durante la campagna elettorale, prima delle elezioni del 2008, i piccoli imprenditori, i lavoratori autonomi e così via, annunciando cose che poi non stanno mantenendo e l’unico provvedimento di rilievo che viene effettuato è uno scudo fiscale che, di fatto, è un incentivo a coloro che fanno impresa in maniera sporca, a coloro che non pagano le tasse, a coloro che portano all’estero i capitali, a coloro che non rispettano le regole e questa è una notizia pessima, per i piccoli imprenditori italiani, che invece restano in Italia, si sacrificano tutti i giorni, cercano di tirare la cinta, cercano di portare avanti i loro prodotti.

Noi pensiamo che sia il momento di difendere le piccole imprese e per questo, come Italia dei Valori, chiediamo almeno due provvedimenti urgenti: innanzitutto un intervento di riduzione dell’Irap a sostegno delle piccole imprese e, in secondo luogo, un impegno concreto e rapido per accelerare i tempi di pagamento della Pubblica amministrazione, che sono un altro aspetto sta molto a cuore alle piccole imprese. Questi sono due provvedimenti che, se realizzati nell’immediato, potrebbero dare ossigeno e restituire competitività alle tante piccole imprese italiane che, in questo momento, rischiano il fallimento.

 

Economia: l’innovazione

Un punto dell’economia: l’innovazione (Sandro Trento)

Fonte:IDVstaff

sandro_trentoOggi parliamo di innovazione, un attività che possiamo definire tipicamente umana, l’uomo da quando è sulla terra si è sempre sforzato di migliorare il modo di fare le cose. Generare l’innovazione è rappresentata da nuovi sistemi di produrre le cose che già sono disponibili e, ancora più importante, individuare nuovi prodotti o nuovi servizi che prima non esistevano.

Con l’apertura dei mercati, con la crescente integrazione internazionale, che oramai tutti chiamano globalizzazione, sono entrati sul mercato internazionale imprese localizzate in paesi dove il costo di lavoro è molto più basso rispetto a quello europeo o americano, pensiamo ai paesi come il Brasile, l’Indonesia, l’India la Cina e altri ancora. Questi paesi, in virtù del basso costo del lavoro, si sono specializzati prevalentemente in quei settori tradizionali nei quali il costo del lavoro rappresenta una componente importante per competere nei mercati. Ci sono molte imprese che producono prodotti tessili e prodotti tradizionali, lavorazioni a minor contenuto tecnologico e minor qualificazione della manodopera.

Questo processo di globalizzazione, e la presenza di questi concorrenti, ha avuto in questi anni un impatto molto forte sul commercio internazionale. Da un lato è aumentato il volume delle esportazioni complessive, una crescita complessiva del commercio mondiale rispetto ai decenni precedenti, ma se guardiamo con attenzione scopriamo che sono stati soprattutto i prodotti ad alta tecnologia a conoscere un aumento della domanda, in generale i prodotti legati ai beni capitali.

Un altro fenomeno che si ha avuto in questi anni è quello della redistribuzione delle quote di mercato. L’ingresso sui mercati mondiali di Cina, India, Indonesia, Brasile e altri, ha comportato una redistribuzione delle quote e delle esportazioni a favore di questi paesi e a danno di altri paesi di più antica industrializzazione. In particolare, l’Italia è tra i paesi che hanno sofferto di più per l’entrata nel mercato internazionale di questi paesi di recente industrializzazione, siccome l’Italia è un paese specializzato in lavorazioni di tipo tradizionale, tessile, abbigliamento, calzature e altro, le stesse lavorazioni con le quali hanno fatto ingresso Cina, India e altri paesi.

Un altro fenomeno che si è accentuato in questi anni è l’internazionalizzazione delle imprese. E’ diventato sempre più frequente fare accordi internazionali: delocalizzazioni, investimenti internazionali, sono diventati una componente molto più importante sul PIL mondiale rispetto al passato. Per produrre un bene è sempre più importante essere presenti in più mercati, essere capaci di sfruttare le risorse e le competenze in paesi distanti tra loro. Anche su questo profilo l’Italia non è messa molto bene, sia sotto il profilo degli investimenti diretti in uscita, le nostre imprese sono meno internazionalizzate rispetto le imprese tedesche e francesi, sia sotto il profilo degli investimenti in entrata, siamo un Paese che attrae meno investimenti esteri rispetto agli altri paesi europei, questo perché in Italia è molto difficile fare impresa: alti costi burocratici, fisco troppo elevato, una pubblica amministrazione inefficiente, un settore di servizi meno moderno rispetto ad altri paesi.

Questo è lo scenario dove le imprese italiane si trovano ad operare, ed è evidente che vince chi è capace di innovare di più, e non su chi punta al costo del lavoro. Essere poco innovativi rischia di essere un fattore che porta le imprese a scomparire e ad essere cacciate dal mercato.
In Italia facciamo poca innovazione, complessivamente il rapporto tra gli investimenti e ricerca-sviluppo sul prodotto interno lordo è la metà dei grandi paesi europei, siamo quindi un Paese che investe pochissimo nell’attività innovativa, siamo poco presenti nei settori ad alta tecnologia e siamo poco internazionalizzati.
E’ importante che l’innovazione sia al centro delle politiche industriali, è fondamentale che ci siano delle politiche che favoriscano l’attività innovativa, aiutando la nascita di imprese nei settori legati alla frontiera tecnologica, favorire una crescita dimensionale delle imprese, le imprese italiane sono troppo piccole e non sono in grado di fare innovazione, e incentivare l’entrata di investitori esteri in Italia, cosi da avere tecnologie più avanzate da paesi più avanzati.

Bisogna affrontare, inoltre, la riforma dell’istruzione. La scuola e l’università devono diventare vere e proprie fucine di attività innovativa. Bisogna riflettere sul modo in cui funzionano, sia sul profilo dei contenuti, aumentando le ore di materia scientifiche, sia sul profilo dell’organizzazione, facendo si che le università siano capaci di formare tecnici, ingegneri e scienziati di qualità paragonabile a quella di altri paesi, facendo in modo che le università siano in grado di dialogare con le imprese, sviluppando progetti comuni per produrre nuovi prodotti, nuovi servizi, nuovi metodi produttivi. Questa è una delle questioni fondamentali per affrontare la globalizzazione in positivo, trasformandola in un opportunità e non in una minaccia.

NOSTRO COMMENTO: interessanti questi video di Trento.

Dal Corriere.it, si riporta:

L’intervista – L’ex SEGRETARIO: in questi mesi ho taciuto di fronte a cose insopportabili

«Torno a partecipare alla vita del Pd»

veltroniokVeltroni: dobbiamo rinnovare profondamente la nostra classe politica al Sud

Walter Veltroni, lei non ha anco¬ra commentato la vittoria di Bersa¬ni.

«Era nell’ordine delle cose che po¬tesse accadere. Il risultato va letto più in profondità. Le primarie sono andate bene: chi sosteneva che non si elegge così un segretario di partito aveva torto. Però sarebbe sbagliato nascondersi che è diminuito il nume¬ro dei votanti, in un momento di scontro con Berlusconi molto più for¬te che nel 2007, quando c’era il gover¬no Prodi. Non c’è dubbio che ci siano stati meno entusiasmo, meno carica, meno partecipazione di giovani. Det¬to questo, le primarie si rispettano».

Quindi lei resta?

«Ho detto che rispetto le primarie e il loro risultato. Rutelli se n’è anda¬to. D’Alema ha dichiarato che in caso di vittoria di Franceschini avrebbe dovuto fondare un nuovo partito di sinistra. Io credo nel Pd, ci credo da sempre, anche quando tanti irrideva¬no questa prospettiva. L’ho fondato. Il mio posto è qui. In questi mesi, per amore del Pd, ho taciuto anche di fronte a cose insopportabili. Vedo che ora si ricorre alle ‘veline rosse’, fogli secondo cui starei per andarme¬ne dal mio partito. È un mondo che mi fa tristezza, che non frequento; so¬no abituato a dire le cose in prima persona. Domani ci sarà la direzione del partito e andrò, con lo stesso spi¬rito sereno di questi mesi. Avevo det¬to che sarei rimasto fuori dalla fase congressuale, e l’ho fatto. Ora la fase congressuale è finita, e riprenderò a partecipare alla vita del Pd».

Cosa si attende da Bersani?

«Bersani è un segretario rispettato da tutti. Da me, che conosco le diffi¬coltà di quel lavoro, lo sarà più che da altri. Spero che rispetti tutte le opi¬nioni. Io vinsi le primarie con il 76%, e certo non ho dato al partito una conduzione solitaria: negli organi di¬rigenti era rappresentato ogni orien¬tamento, e le decisioni sono state pre¬se senza dissensi. Bersani è stato elet¬to con il 53%; il 47% non ha votato per lui. Sono convinto che la sua in¬telligenza lo spinga a capire che il Pd va diretto rispettando le identità, le culture, le differenti posizioni. C’è bi¬sogno di un Pd unito».

Che impressione le ha fatto l’ad¬dio di Rutelli?

«Non lo condivido affatto. Ma non condivido neppure le reazioni. Non mi piace che aleggi, come nei tempi andati, l’accusa di tradimento. Quan¬do sento definire un uomo indipen¬dente come Calearo ‘uno che ha sba¬gliato ristorante’, riconosco uno stile che credevo superato con la coraggio¬sa svolta di Occhetto di vent’anni fa. Ma fa pensare anche sentire Tabacci, fino a ieri favorevole all’elezione di Bersani, dire oggi che con Bersani il Pd è troppo a sinistra. È come se si volesse far arretrare il Pd in un recin¬to più tradizionale per fare spazio a posizioni centriste. Io resto fedele al progetto originario».

E invece?

«Il rischio è che si ritorni allo sche¬ma del centrosinistra col trattino. Il modello in verità non è l’Ulivo, per¬ché l’Ulivo del ‘96 è diventato nel frat¬tempo il partito democratico. Il mo¬dello è l’Unione: coalizzare tutte le forze contrarie alla destra per impe¬dirle di vincere le elezioni. Bene; ma poi? Così si costruiscono governi che faticano a stare in piedi. Senza una maggioranza riformista coesa non si cambia l’Italia, non si fanno la rivolu¬zione verde, la lotta all’evasione fisca¬le e alla precarietà, la battaglia per la legalità. E non si porta l’Italia fuori dalla guerra civile permanente».

Guerra civile?

«Quale altro paese ha avuto vent’anni di fascismo, la guerra fred¬da con i morti per le strade, il terrori-smo, Tangentopoli, 15 anni di berlu¬sconismo, con l’elemento permanen¬te della mafia, delle stragi, di un gru¬mo di oscurità? Quale altro paese pas¬serebbe sotto silenzio la denuncia del procuratore Grasso, che all’Anti¬mafia ha detto di vedere dietro le stragi del ’92 la ‘regia di un’entità esterna’?».

Quale entità esterna, secondo lei?

«Ci sono processi in corso; l’ulti¬ma cosa che farei è interferire in un processo. Leggeremo le testimonian-ze. Certo c’è un rapporto tra mafia e politica. C’è una cappa di piombo che si preferirebbe non sollevare. Ve¬do che Maroni e Bassolino concorda¬no nel dire che il video dell’omicidio di Napoli non andava mostrato; inve¬ce è giusto mostrarlo, perché ci ha da¬to quella che Gadda chiamava la co¬gnizione del dolore, e dell’indifferen¬za. In campagna elettorale io dicevo che avrei schiantato la mafia, Berlu¬sconi diceva che Mangano è un eroe. Sono segnali. Messaggi che si manda¬no, come candidare o meno Cosenti¬no. Ma la lotta alla mafia chiama in causa anche il Pd. Dobbiamo rinnova¬re profondamente la classe politica al Sud, a partire dalle regionali. Facce nuove, energie nuove, prese anche dalla società civile. Uomini come Raf¬faele Cantone, il magistrato che ha combattuto la camorra in Campa¬nia» .

Gli uomini che lei scelse dalla so¬cietà civile non l’hanno delusa?

«Ricordo quando Berlinguer portò in Parlamento Natalia Ginzburg, Gi¬no Paoli, Andrea Barbato, Altiero Spi¬nelli, Alberto Moravia; personaggi che oggi sarebbero accolti dal sorri¬setto ironico dei professionisti della politica. Io rivendico di aver portato in Parlamento Pietro Ichino, Umber¬to Veronesi, Achille Serra, Salvatore Vassallo, il prefetto De Sena, intellet¬tuali come Carofiglio, donne e uomi¬ni che si battono per i diritti civili co¬me Paola Concia e Jean-Léonard Touadi, imprenditori come Calearo e Colaninno, un operaio con una robu¬sta intelligenza politica come Boccuz¬zi… » .

Rivendica pure la Madia?

«Mi fa piacere che si parli bene di Marianna Madia, e la si trovi intelli¬gente e colta, ora che pare non so¬stenga più le mie posizioni. Io la sti¬mavo prima e la stimo ora».

Lei ebbe un ruolo anche nella scelta di Marrazzo. Cosa prova ades¬so?

«Più che lo sconcerto politico per questa intricata vicenda, provo dolo¬re per la persona e per la famiglia. Ciò non implica che sia sbagliato sce¬gliere persone che non vengono dal¬la politica. Ricordiamoci delle perso¬ne che vengono dalla politica e si so¬no macchiate di frequentazioni crimi¬nali» .

Perché Prodi ce l’ha tanto con lei?

«Psicologicamente lo capisco, ma il rapporto di stima tra noi non è mai cambiato. Prodi è stato convinto che il voltafaccia di Mastella sia stato pro¬dotto dalla scelta, espressa al Lingot¬to, della vocazione maggioritaria del Pd. Ma ci si dimentica della fatica quotidiana di quel governo. Dei cen¬to sottosegretari, della crisi dopo un anno, della maggioranza appesa al re¬spiro di Turigliatto, delle manifesta¬zioni in piazza di ministri contro il governo, della riduzione drastica del consenso, della sentenza di un socio di maggioranza come Bertinotti che parlò di una fase politica conclusa. E poi quanto è accaduto dopo lascia credere che Mastella avesse matura¬to il proposito di passare dall’altra parte. Proposito realizzato».

La ‘vocazione maggioritaria’ non ha forse fallito?

«No. Non ho mai pensato all’auto¬sufficienza del Pd. Pensavo, e penso, che il Pd debba costruire una maggio¬ranza riformista. Posso ricordarle un dato che a molti sfugge? Nel 2008 la coalizione riformista ha preso gli stessi voti del Pdl. Nel ‘96 vincemmo perché la Lega andò da sola e avem¬mo bisogno della desistenza di Rifon¬dazione. Nel 2008 i riformisti hanno preso gli stessi voti della destra: mai accaduto prima nella storia d’Italia. Ora Rutelli dice: mi metto fuori e con¬tratto. E in Sinistra e libertà affiorano venti di scissione. Ma se questa idea si fa strada si torna alla frammenta¬zione, ai 19 gruppi parlamentari».

Il Pd non dovrebbe accettare il confronto sulle riforme, a comincia¬re dalla giustizia?

«Anche questa legislatura a mio av¬viso è ormai sprecata. Il mio schema era quello delle democrazie occiden¬tali: maggioranza e opposizione se le danno di santa ragione, ma le rifor¬me istituzionali si fanno insieme. Raf¬forzare il potere di controllo del par¬lamento, dimezzare il numero dei parlamentari e ridurne le retribuzio¬ni, superare il bicameralismo a favo¬re di una democrazia che decide non è un favore a chi governa. Siamo noi per primi che abbiamo interesse ad evitare il degrado delle istituzioni. Ma Berlusconi non vuole le riforme; vuole risolvere i suoi problemi. Non ci sono già più le condizioni per l’ac¬cordo » .

Cosa pensa dell’ipotesi di D’Ale¬ma ministro degli Esteri dell’Ue?

«Le nostre profonde differenze po¬litiche sono note, e si sono accresciu¬te. Questo non mi impedisce di vede¬re che la nomina di D’Alema sarebbe un’opportunità per l’Europa, per il paese e per il centrosinistra. Mi augu¬ro vada in porto».

Dalla Lanzillotta a Vernetti, chi la¬scia il Pd lamenta che non sia stata seguita la linea di Veltroni. È in cor¬so la sua riabilitazione?

«So come va il mondo. Leggo che l’onorevole Marini si rallegra che il Pd non sia più un ‘partito frou-frou’. Da lui mi sarei atteso sem¬mai qualche parola di autocritica sul voto in Abruzzo. Sono fiero della campagna del 2008, di essere stato in 110 piazze, quasi rimettendoci la sa¬lute. Sono stato a pranzo con le fami¬glie italiane, ho girato il paese tenen¬domi agli antipodi dalla politica spet¬tacolo. Ho lasciato, dopo la grande manifestazione del Circo Massimo (altro che partito liquido), un Pd con centinaia di migliaia di iscritti e un bilancio splendido. Soprattutto, cre¬do di aver destato una speranza che non è ancora spenta. L’Italia oggi è un paese triste. Ma è anche un paese straordinario, pieno di talento e di energie. Un paese che potrebbe sboc¬ciare. Io sento il dovere di continuare a servire il paese che amo. Di tenere vivo quel sogno che volevamo realiz¬zare, e a cui insieme non possiamo rinunciare». Aldo Cazzullo.

15 novembre 2009

NOSTRO COMMENTO: Mah! Nel PD c’è gente che esce e gente che entra. Ma dico io Veltroni aveva dichiarato di andare in Africa e non interessarsi di Politica dopo il fallimento della sua linea e delle elezioni in Sardegna e, soprattutto, della responsabilità che gli Italiani che ricordano non gli perdoneranno tanto facilmente di avere riesumato il Cavaliere (leggi il mio articolo  “Il ritorno del Cavaliere”) Perché questo rientro? Se non è riuscito quando aveva una maggioranza nell’ambito del PD cosa crede di poter fare oggi con Bersani Segretario? Secondo Noi: Niente! Chi lo segue? Nessuno! E allora? Allora Le diamo un consiglio. Faccia rientro in Africa On.le Veltroni se non vuole scomparire completamente dallo scenario politico. Gli Italiani si sono rotte le scatole di vedere sempre le stesse facce che ruotano continuamente creandosi sempre nuove verginità. Hanno necessità e diritto di avere un ricambio. Vogliono gente nuova. Lei, per caso si sente nuovo della politica dopo le sue recenti dimissioni? O crede che gli Italiani non ricordino? O, peggio ancora, crede proprio che siano fessi? Mi ascolti On.le torni in Africa. Può darsi che lì farà del bene e verrà ricordato per questo. Glielo auguro! Personalmente La ritengo una persona onesta e semplice e Le dirò che il Suo reingresso non Le porterà alcun giovamento ne a Lei ne al PD. Sincerely! Certo che Bersani ha una bella fortuna! Rutelli se ne va. Veltroni fà karakiri! Meglio di cosi!

Dal SITO antimafia 2000, SI RIPORTA:

Saviano, appello al Presidente. ”Ritiri quella norma” (14 – 11- 2009)

savianoSIGNOR Presidente del Consiglio, io non rappresento altro che me stesso, la mia parola, il mio mestiere di scrittore. Sono un cittadino. Firma anche tu!
Le chiedo: ritiri la legge sul “processo breve” e lo faccia in nome della salvaguardia del diritto. Il rischio è che il diritto in Italia possa distruggersi, diventando uno strumento solo per i potenti, a partire da lei.

Con il “processo breve” saranno prescritti di fatto reati gravissimi e in particolare quelli dei colletti bianchi. Il sogno di una giustizia veloce è condiviso da tutti. Ma l’unico modo per accorciare i tempi è mettere i giudici, i consulenti, i tribunali nelle condizioni di velocizzare tutto. Non fermare i processi e cancellare cos’ è anche la speranza di chi da anni attende giustizia.

Ritiri la legge sul processo breve. Non è una questione di destra o sinistra. Non è una questione politica. Non è una questione ideologica. E’ una questione di diritto. Non permetta che questa legge definisca una volta per sempre privilegio il diritto in Italia, non permetta che i processi diventino una macchina vuota dove si afferma il potere mentre chi non ha altro che il diritto per difendersi non avrà  più speranze di giustizia. ROBERTO SAVIANO

FIRMA L’APPELLO IN CODA ALL’ARTICOLO: Clicca!

NOSTRO COMMENTO: resta da vedere se il Presidente non firma! Mah!

Giuseppe UVA: pestaggio

Giuseppe Uva – Vittima di Stato

Fonte:StaffGrillo


beppo uvaL’ennesima morte in carcere di un ragazzo. L’ennesimo Stefano Cucchi. Questa volta, per Giuseppe Uva di Varese, non c’è neppure la consueta giustificazione: “Era un tossico, uno spacciatore, se l’è cercata”. Giuseppe non era né uno, né l’altro, era ubriaco, è morto per una bravata. Questa strage deve finire. 1531 morti in dieci anni solo in carcere, senza contare gli altri casi: Federico Aldrovandi è morto in strada, Riccardo Rasman in casa sua. Muoiono i poveri diavoli, gli incensurati, i ragazzi, gli invisibili. Entro l’anno sarà attiva l’associazione: “Vittime di Stato” per aiutare le famiglie colpite.

Intervista alle sorelle di Giuseppe Uva e all’amico Alberto Bigiogero

Lucia Uva: “Sono con mia sorella Uva Carmela e con un amico di Giuseppe Uva – Alberto Bigiogero – e sono qui a raccontare questa storia, una storia brutta, perché è finita malamente: mio fratello il 14 giugno del 2008 alle 3: 00 di notte è stato fermato per la strada insieme al suo amico Bigiogero…”

Alberto Bigiogero: “Ero in compagnia di Giuseppe Uva, la notte tra il 14 e il 15 giugno 2008 quando, un po’ euforici, abbiamo transennato una via di Varese deviando praticamente il traffico lì nel centro di Varese. Quando siamo stati fermati da una gazzella dei Carabinieri il signor Uva è stato scaraventato per terra e poi, in un secondo tempo, è stato scaraventato dentro l’auto e preso a pugni, io sono stato scaraventato dentro una pattuglia della Polizia, dentro una volante della Polizia, siamo stati portati nella caserma di Via Saffi a Varese e questi due Carabinieri si sono.. un Carabiniere in particolar modo l’ha massacrato di botte in caserma insieme ai suoi colleghi e mi dicevano: “dopo arriva anche il tuo turno”. Al che, quando finalmente mi sono trovato da solo, ho chiamato il 118 implorandolo di venire in soccorso, perché un mio amico veniva massacrato, mi hanno detto che in caserma non potevano intervenire, è arrivato un soggetto con dei tratti asiatici, sembrava quasi cinese, con una borsa forse da medico e da lì il mio amico Beppe ha smesso di gridare: questo mi ha fatto sentire veramente sollevato come non mai, perché ho pensato che hanno smesso di pestarlo.”

Carmela Uva: “Io sono l’altra sorella di Giuseppe Uva, per il quale, il giorno 14 giugno 2008, mi era arrivata una telefonata alle ore 7:20 del mattino. La prima cosa che ho fatto, ho chiesto: “che cosa è successo?”, dice: “niente signora, guardi, è stato prelevato suo fratello dalla strada in condizioni proprio atroci”, solo che questo dottore qua insisteva e voleva sapere se mio fratello faceva uso di droghe, se si drogava. So che mio fratello poteva essere un barbone, come lo chiamavano, poteva essere uno di strada e aver fatto qualunque cosa, ma che si drogasse a noi non è mai risultato. E gli ho detto: “guardi, appena mi affretto vengo su”; “sì, sì, ma faccia pure con calma, perché tanto è qua tranquillo, adesso è sedato, non c’è nessun problema”. In quel momento lì arriva questo dottore e ci fa entrare nello studio e gli ho chiesto: “scusi, ma mio fratello dove è?”, dice “eh, signora, stia calma, è di là, tutto..”, “no, no, vogliamo vederlo”, “sì”. Ci porta di là, quando siamo entrati in quella stanza guardi, una roba… non ci sembrava neanche nostro fratello: aveva la testa con sotto quattro cuscini, aveva un lenzuolo, era coperto da un lenzuolo, una flebo e russava in un modo che praticamente non era russare, perché lì c’era qualcosa che lui.. ormai lo stava lavorando la morte. Io ho fatto per avvicinarmi e lui mi ha fermato, questo dottore e mi ha detto: “no, signora, guardi, non si avvicini, perché dorme”. Ho detto: “dottore, ma così dorme? E’ normale?”, dice: “sì, sì, è stato sedato, non si preoccupi che nel pomeriggio in tre o quattro ore si sveglia e potete chiacchierare quanto volete”. “ Ok”, ho detto a mia sorella: “senti, ormai è mezzogiorno, stai calma”, le 11: 30, erano le 11: 00, vengono fuori e mi fanno: “signora, si accomodi” gli dico “dottore, cosa c’è?”, dice l’altro dottore: “purtroppo abbiamo fatto di tutto, abbiamo fatto l’impossibile, ma non c’è stato nulla da fare”, gli ho detto: “scusi, dottore, ma di chi sta parlando lei?”, dice “ suo fratello è deceduto”.

Sono stata male e ho avuto proprio una reazione bruttissima, perché insomma, ti dicono che era sedato e stava dormendo, dopo un po’ escono fuori dicendo che era deceduto e gli aveva ceduto il cuore, in quell’attimo lì gridavo come una matta. Ho detto a questo dottore: “è impossibile che sia morto per arresto cardiaco del cuore e dunque, a questo punto, chiedo l’autopsia”. Ce l’hanno fatto vedere e, quando l’abbiamo scoperto, ci siamo accorti che lui aveva delle botte, aveva degli ematomi, insomma non era messo in condizioni.. in quanto quell’altra mia sorella gli ha detto: “scusi, perché ha questa botta rialzata? Perché ha il ginocchio gonfio? Perché ha..?”, il dottore ci ha detto che lui aveva quella botta rialzata perché gli sono saliti addosso e erano in quattro per rianimarlo.

Lucia Uva: “E’ un anno e mezzo che sto cercando giustizia: questa giustizia che non si riesce a ottenere per il semplice fatto che un magistrato non è stato avvisato che mio fratello è morto! Mi chiedo il perché dei medici, dei bravi medici, come penso siano bravi, abbiano potuto somministrare a un ubriaco Tavor, En, Solfaren, quattro farmaci che gli hanno bloccato il battito cardiaco, come dicono loro e abbiamo qui il decreto dei dottori che sono stati indagati. Facciamo un’istanza a un magistrato dove chiediamo che venga fatta luce sul perché Giuseppe aveva tutti quegli ematomi, sul perché Giuseppe era tutto segnato, pieno di botte, con il naso rotto, con gli occhi.. botte alle gambe, costole inclinate, tutte queste cose che hanno messo tutto a tacere. Di Giuseppe si diceva che era drogato, spacciatore, si diceva di tutto e di più: ho fatto fare gli esami tossicologici e mio fratello non era né drogato né spacciatore. Sono arrivati gli esiti della dottoressa Kelly in ritardo, perché il mio avvocato non li ha fatti pervenire in tempo in Tribunale. Ho preso un altro medico legale di Bologna, dove ho fatto controllare l’autopsia di tutte le foto di mio fratello, perché anche i miei medici legali ritengono opportuno che venga rifatta l’autopsia sulle ossa, in quanto mio fratello aveva le ossicine del suo corpo rotte! E quello che mi dispiace è che un dottore abbia fatto la sua autopsia dicendo che aveva delle semplici escoriazioni, delle semplici bottarelle. Quest’avvocato mi ha preso in giro per un anno e mezzo: era d’accordo con delle persone che doveva tacere tutto, perché non è mai stato fatto un interrogatorio né al ragazzo che era insieme a mio fratello, né io sono stata mai chiamata e non abbiamo mai avuto risposte. Si è chiuso il primo caso dove si dava la colpa ai dottori, ok. Adesso abbiamo aperto un nuovo procedimento penale, dove la dott.ssa ancora non ci ha dato il permesso di entrare a poter leggere il fascicolo dove ci sono degli altri indagati ignoti, secondo loro. Di chi lo ferma per strada, lo porta in Caserma ci sono i nomi, ci sono le testimonianze, c’è tutto e nessuno sa che cosa è successo a Giuseppe! “Giuseppe sbraitava, saltava, era indemoniato, si picchiava da solo”, ma per picchiarsi da solo non penso che con un bastone si sarebbe martoriato una mano, si sarebbe martoriato il suo naso e tutto il suo corpo: non credo, perché conoscendo mio fratello non era un autolesionista! Voglio sapere dal magistrato, che ha avuto il caso dal primo momento, che cosa è successo quella notte: voglio sapere la verità e lei, signor Pubblico Ministero, me la deve dire! E così compresi quei padri di famiglia che portano la divisa, che da loro dovremmo essere difesi e non massacrati, perché sono sicura che quella notte Giuseppe è stato massacrato! E chiedo che venga fatta giustizia, giustizia!! Pino e tutti devono essere.. devono avere riposo, perché hanno bisogno di riposare, ma non morire così! Abbiamo dei figli e, signori con la divisa, dei figli li avete anche voi: pensate un po’ a se dovesse succedere a voi quello che è successo a noi, che una sera dei vostri colleghi fermino dei vostri figli che non riconoscono! Continuerò a lottare per sapere che cosa è successo a Giuseppe e a tutti quei ragazzi, tutti, a incominciare da Stefano, Federico, Marcello, tutta questa gente che muore per un arresto cardiaco: chissà perché! Mi chiedo il perché! Alle favole non ci credo più, ormai ho 50 anni e ho smesso di credere alle favole quando avevo 6 anni: voglio sapere perché Giuseppe è morto!”

NOSTRO COMMENTO: Noi siamo particolarmente sensibili a questi casi di pestaggio in caserma. Non è la prima volta che succede (Vedi su questo Blog: Eliantonio, Aldovrandi, Cucchi ecc..) e ci auguriamo che, in avvenire, barbarie del genere non accadano. Nell’attesa che la Magistratura accerti le responsabilità connesse al caso di specie, esprimiamo la Ns solidarietà alla famiglia della vittima. Una volta accertate le responsabilità speriamo che vengano comminate pene esemplari – sempre nell’ambito delle previsioni normative – e gli autori del pestaggio siano definitivamente allontanati dall’ Arma di appartenenza.

Giovanni Falcone

GIOVANNI FALCONE


Fonte: http://digilander.libero.it


Nato a Palermo (via Castrofilippo) il 20 maggio 1939, da Arturo, direttore del Laboratorio chimico provinciale, e da Luisa Bentivegna, Giovanni Falcone conseguì la laurea in Giurisprudenza nell’Università di Palermo nell’anno 1961, discutendo con lode una tesi sull’ “Istruzione probatoria in diritto amministrativo”. Era stato prima, dal ‘54, allievo del Liceo classico “Umberto”; e quindi aveva compiuto una breve esperienza presso l’Accademia navale di Livorno.

Dopo il concorso in magistratura, nel 1964, fu pretore a Lentini per trasferirsi subito come sostituto procuratore a Trapani, dove rimase per circa dodici anni. E in questa sede andò maturando progressivamente l’inclinazione e l’attitudine verso il settore penale: come egli stesso ebbe a dire, “era la valutazione oggettiva dei fatti che mi affascinava”, nel contrasto con certi meccanismi “farraginosi e bizantini” particolarmente accentuati in campo civilistico.

A Palermo, all’indomani del tragico attentato al giudice Cesare Terranova (25 settembre 1979), cominciò a lavorare all’Ufficio istruzione. Il consigliere istruttore Rocco Chinnici gli affidò nel maggio ‘80 le indagini contro Rosario Spatola, vale a dire un processo che investiva anche la criminalità statunitense, e che, d’altra parte, aveva visto il procuratore Gaetano Costa – ucciso poi nel giugno successivo – ostacolato da alcuni sostituti, al momento della firma di una lunga serie di ordini di cattura. Proprio in questa prima esperienza egli avvertì come nel perseguire i reati e le attività di ordine mafioso occorresse avviare indagini patrimoniali e bancarie (anche oltre oceano), e come, soprattutto, occorresse la ricostruzione di un quadro complessivo, una visione organica delle connessioni, la cui assenza, in passato, aveva provocato la “raffica delle assoluzioni”.

Il 29 luglio 1983 il consigliere Chinnici fu ucciso con la sua scorta, in via Pipitone Federico; lo sostituì Antonino Caponnetto, il quale riprese l’intento di assicurare agli inquirenti le condizioni più favorevoli nelle indagini sui delitti di mafia. Si costituì allora, per le necessità interne a queste indagini, il cosiddetto “pool antimafia”, sul modello delle èquipes attive nel decennio precedente di fronte al fenomeno del terrorismo politico. Del gruppo faceva parte, oltre lo stesso Falcone, e i giudici Di Lello e Guarnotta, anche Paolo Borsellino, che aveva condotto l’inchiesta sull’omicidio, nel 1980, del capitano del Carabinieri Emanuele Basile.

Si può considerare una svolta, per la conoscenza non solo di determinati fatti di mafia, ma specialmente della struttura dell’organizzazione Cosa nostra, l’interrogatorio iniziato a Roma nel luglio ‘84 in presenza del sostituto procuratore Vincenzo Geraci e di Gianni De Gennaro, del Nucleo operativo della Criminalpol, del “pentito” Tommaso Buscetta.

I funzionani di Polizia Giuseppe Montana e Ninni Cassarà, stretti collaboratori di Falcone e Borsellino, furono uccisi nell’estate ‘85. Fu allora che si cominciò a temere per l’incolumità anche dei due magistrati. I quali furono indotti, per motivi di sicurezza, a soggiornare qualche tempo con le famiglie presso il carcere dell’Asinara.

Si giunse così – attraverso queste vicende drammatiche – alla sentenza di condanna a Cosa nostra del primo maxiprocesso, emessa il 16 dicembre 1987 dalla Corte di assise di Palermo, presidente Alfonso Giordano, dopo ventidue mesi di udienze e trentasei giorni di riunione in camera di consiglio. L’ordinanza di rinvio a giudizio per i 475 imputati era stata depositata dall’Ufficio istruzione agli inizi di novembre di due anni prima.

Gli avvenimenti successivi risentirono con tutta evidenza in senso negativo di tale successo. Nel gennaio il Consiglio superiore della magistratura preferì nominare a capo dell’Ufficio istruzione, in luogo di Caponnetto che aveva voluto lasciare l’incarico, il consigliere Antonino Meli. Il quale avocò a sè‚ tutti gli atti. Sopraggiunse poi un nuovo episodio ad accentuare ulteriormente le tensioni nell’ambito dell’Ufficio stesso, un episodio che ebbe gravissime conseguenze su tutte le indagini antimafia. In seguito alle confessioni del “pentito” catanese Antonino Calderone, che avevano determinato una lunga serie di arresti (comunemente nota come “blitz delle Madonie”), Il magistrato inquirente di Termini Imerese si ritenne incompetente, e trasmise gli atti all’Ufficio palermitano. Ma il Meli, in contrasto con i giudici del pool rinvio le carte a Termini, in quanto i reati sarebbero stati commessi in quella giurisdizione. La Cassazione, allo scorcio dell’88, ratificò l’opinione del consigliere istruttore, negando la struttura unitaria e verticisti delle organizzazioni criminose, e affermando che queste, considerate nel loro complesso, sono dotate di “un ampia sfera decisionale, operano in ambito territoriale diverso ed hanno preponderante diversificazione soggettiva”. Questa decisione sanciva giuridicamente la frantumazione delle indagini, che l’esperienza di Palermo aveva inteso superare. Il 30 luglio Falcone richiese di essere destinato a un altro ufficio. In autunno Meli gli rivolse l’accusa d’aver favorito in qualche modo il cavaliere del lavoro di Catania Carmelo Costanzo, e quindi sciolse il pool, come Borsellino aveva previsto fin dall’estate in un pubblico intervento, peraltro censurato dal Consiglio superiore. I giudici Di Lello e Conte si dimisero per protesta.

Su tutta questa vicenda del resto, nel giugno ‘92, durante un dibattito promosso a Palermo dalla rivista “Micromega”, Borsellino ebbe a ricordare: “La protervia del consigliere istruttore Meli l’intervento nefasto della Corte di cassazione cominciato allora e continuato fino a oggi, non impedirono a Falcone di continuare a lavorare con impegno”. Nonostante simili avvenimenti, infatti, sempre nel corso dell’88, Falcone aveva realizzato una importante operazione in collaborazione con Rudolph Giuliani, procuratore distrettuale di New York, denominata “lron Tower”: grazie alla quale furono colpite le famiglie dei Gambino e degli Inzerillo, coinvolte nel traffico di eroina.

Il 20 giugno ‘89 si verificò il fallito e oscuro attentato dell’Addaura presso Mondello; a proposito del quale Falcone affermò “Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno

spinto qualcuno ad assassinarmi”. Seguì subito l’episodio, sconcertante, del cosiddetto “corvo”, ossia di alcune lettere anonime dirette ad accusare astiosamente lo stesso Falcone e altri. Le indagini relative furono compiute anche dall’Alto commissario per la lotta alla mafia, guidato dal prefetto D. Sica.

Una settimana dopo l’attentato il Consiglio superiore decise la nomina di Falcone a procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di Palermo. Nel gennaio ‘90 egli coordinò un’inchiesta che portò all’arresto di quattordici trafficanti colombiani e siciliani, inchiesta che aveva preso l’avvio dalle confessioni del “pentito” Joe Cuffaro’ il quale aveva rivelato che il mercantile Big John, battente bandiera cilena, aveva scaricato, nel gennaio ‘88, 596 chili di cocaina al largo delle coste di Castellammare del Golfo.

Nel corso dell’anno si sviluppa lo “scontro” con Leoluca Orlando, originato dall’incriminazione per calunnia nei confronti del “pentito” Pellegriti, il quale rivolgeva accuse al parlamentare europeo Salvo Lima. La polemica proseguì col ben noto argomento delle “carte nei cassetti”: e che Falcone ritenne frutto di puro e semplice “cinismo politico”.

Alle elezioni del 1990 dei membri togati del Consiglio superiore della magistratura, Falcone, fu candidato per le liste “Movimento per la giustizia” e “Proposta 88″ (nella circostanza collegate), con esito però negativo.

Intanto, fattisi più aspri i dissensi con l’allora procuratore P. Giammanco – sia sul piano valutativo, sia su quello etico, nella conduzione delle inchieste – egli accolse l’invito del vice-presidente del Consiglio dei ministri, C. Martelli, che aveva assunto l’interim del Ministero di grazia e giustizia, a dirigere gli Affari penali del ministero, assumendosi l’onere di coordinare una vasta materia, dalle proposte di riforme legislative alla collaborazione internazionale. Si apriva così un periodo – dal marzo del 1991 alla morte – caratterizzato da una attività intensa, volta a rendere più efficace l’azione della magistratura nella lotta contro il crimine. Falcone si impegnò a portare a termine quanto riteneva condizione indispensabile del rinnovamento: e cioè la razionalizzazione dei rapporti tra pubblico ministero e polizia giudiziaria, e il coordinamento tra le varie procure. A quest’ultimo riguardo, caduta l’ipotesi iniziale, di affidare il delicato compito alle procure generali, la costituzione di procure distrettuali facenti capo ai procuratori della Repubblica parve la soluzione più idonea. Ma si poneva altresì l’istanza di un coordinamento di livello nazionale. Istituita nel novembre del ‘91 la Direzione nazionale antimafia, sulle funzioni di questa il giudice dunque si soffermò anche nel corso della sua audizione al Palazzo dei Marescialli del 22 marzo ‘92. “Io credo – egli chiarì in tale circostanza, secondo un resoconto della seduta pubblicato dal settimanale “L’Espresso” (7 giu. ‘92) – che il procuratore nazionale antimafia abbia il compito principale di rendere effettivo il coordinamento delle indagini, di garantire la funzionalità della polizia giudiziaria e di assicurare la completezza e la tempestività delle investigazioni. Ritengo che questo dovrebbe essere un organismo di supporto e di sostegno per l’attività investigativa che va svolta esclusivamente dalle procure distrettuali antimafia”.

La sua candidatura a questi compiti, peraltro, fu ostacolata in seno al Consiglio superiore della magistratura, il cui plenum, tuttavia, non aveva ancora assunto una decisione definitiva, quando sopraggiunse la strage di Capaci del 23 maggio. Frattanto – giova ricordarlo – una sentenza della prima sezione penale della Corte suprema di cassazione il 30 gennaio, sotto la presidenza di Arnaldo Valente (relatore Schiavotti) aveva riconosciuto la struttura verticale di Cosa nostra, e quindi la responsabilità dei componenti della “cupola” per quei delitti compiuti dagli associati, che presuppongano una decisione al vertice; inoltre aveva ribadito la validità e l’importanza delle chiamate in correità.

Insieme a Falcone, a Capaci, persero la vita la moglie Francesca Morvilio, magistrato, e gli agenti di scorta Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. All’esecrazione dell’assassinio, il 4 giugno si unì il Senato degli Stati Uniti, con una risoluzione (la n. 308) intesa a rafforzare l’impegno del gruppo di lavoro italo-americano, di cui Falcone era componente.

(Profilo biografico tratto dal sito della Fondazione Giovanni e Francesca Falcone )

“Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni.

Questa è la base di tutta la moralità umana.”

(J. F. Kennedy; citazione che Giovanni Falcone amava spesso riferire)

Strage di Capaci – Immagini Rai e interviste

Fonte:RAI

La Strage di Capaci (chiamato in siciliano “l’attentatuni”) fu un attentato mafioso in cui il 23 maggio 1992, sull’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci (ma in territorio del comune di Isola delle Femmine) e a pochi chilometri da Palermo, persero la vita il giudice antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, anch’ella magistrato, e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro.

Gli esecutori materiali del delitto furono almeno cinque uomini (tra cui Giovanni Brusca, che fu la persona che fisicamente azionò il telecomando da grande distanza al momento del passaggio dell’auto blindata del giudice, che tornava da Roma), i quali avevano riempito di tritolo un tunnel che avevano scavato sotto l’autostrada (per assicurarsi la buona riuscita del delitto, ne misero circa 500 kg) nel tratto che collega l’aeroporto di Punta Raisi (oggi “Aeroporto Falcone-Borsellino”) al capoluogo siciliano. A tutt’oggi sono conosciuti soltanto i nomi degli esecutori materiali della strage, poiché le indagini mirate a scoprire i mandanti ed eventuali intrecci di natura politica non hanno prodotto risultati significativi.

 

 

NOSTRO COMMENTO: Un video alla memoria del giudice Falcone. Un esempio da imitare.

L’imbroglio del processo breve

(da Antimafia2000, si riporta:)

di Gianni Barbacetto – 13 novembre 2009
Per bloccare due processi in cui è imputato a Milano, B scassa il sistema penale.
Politici e colletti bianchi, liberi tutti.

berlusconiridenteLa legge che nascerà dall’accordo raggiunto ieri tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini riuscirà a centrare l’obiettivo principale, e cioè liberare il presidente del Consiglio dai suoi processi. Ma otterrà, come effetto collaterale, la salvezza di tanti imputati eccellenti e, in prospettiva, l’impunità permanente di uomini dei partiti, amministratori pubblici, imprenditori, finanzieri, banchieri. Le nuove norme stabiliranno infatti che, per gli incensurati, il tempo massimo del processo dovrà essere di sei anni, due per ognuno dei tre gradi di giudizio. Saranno esclusi i reati di mafia, terrorismo e di grave allarme sociale, come rapina, omicidio ed estorsione. In compenso, un codicillo renderà la norma applicabile ai processi già iniziati, purché siano in primo grado. Così saranno azzerati i due processi in corso a Milano che hanno per imputato Berlusconi, sei volte prosciolto per prescrizione, ma ancora tecnicamente incensurato: quello sulla corruzione del testimone David Mills e quello sui diritti Mediaset.

Per il resto, il risultato sarà comunque che la mannaia della prescrizione si abbatterà sulla gran parte dei processi complessi con molti imputati. A partire da quello per il crac Parmalat, con Calisto Tanzi principale imputato, fino a quello Why not iniziato a Catanzaro da Luigi De Magistris. A rischio tutti i processi sulla pubblica amministrazione. E anche quelli, sempre più frequenti, per fatti che avvengono all’estero (con la possibilità per la difesa di chiedere rogatorie anche durante il dibattimento), come quello dell’imprenditore della Cogim Leopoldo Braghieri, accusato a Milano di aver ottenuto appalti corrompendo un funzionario dell’Onu. Vittorio Emanuele, recentemente rinviato a giudizio, può tranquillamente aspettare la prescrizione, visto che la sola udienza preliminare è durata un anno. Già fuori tempo massimo il dibattimento di primo grado sulle tangenti Eni-Agip, nato dalle indagini di Henry Woodcock, che è in corso a Potenza da ben quattro anni.

«Dicono di volere, con questa norma, abbreviare i processi», spiega un magistrato in servizio a Roma, «ma in realtà abbreviano solo i tempi di prescrizione, mentre i processi saranno allungati a dismisura dalla norma del nuovo codice di procedura che impedirà al giudice di rifiutare prove e testimoni manifestamente superflui. Così la durata del dibattimento sarà consegnata nelle mani dell’imputato». Nel palazzo di giustizia di Milano, un procuratore aggiunto formula l’ipotesi di un colletto bianco che abbia organizzato truffe, come capita, in diverse parti d’Italia: processato in tre o quattro sedi giudiziarie diverse, avrebbe la garanzia dell’impunità, perché in ognuna di esse risulterebbe incensurato. «Nascerà la nuova figura dell’incensurato a vita», dice un altro giudice, «perché l’imputato, grazie alla prescrizione, uscirebbe pulito dal primo processo e poi, via via, dagli eventuali processi successivi: sempre incensurato, dunque sempre prescritto, dunque sempre incensurato e così via…».

Le nuove norme («incostituzionali», secondo un altro procuratore aggiunto di Milano) inaugureranno la giustizia a due velocità, con processi rapidi e a prescrizione garantita per gli eterni incensurati, e processi invece lunghi, con probabile condanna finale, per gli imputati dei reati di strada, per i cosiddetti recidivi e delinquenti professionali o abituali. In realtà, però, anche qualcuno di questi potrà sperare di farla franca. Racconta infatti un magistrato di Milano: «I casellari giudiziari dei tribunali vengono aggiornati in ritardo. E non esiste un sistema nazionale unificato per conoscere i carichi pendenti. Così già oggi concediamo la sospensione condizionale della pena a condannati che non la meriterebbero, perché già raggiunti da condanne non ancora registrate o registrate in sedi giudiziarie non prese in considerazione. Risultare incensurati, in Italia, non è poi così difficile». (Il Fatto quotidiano, 12 novembre 2009)

1. Santa Rita, liberi tutti

Lo scandalo della clinica Santa Rita di Milano ha colpito in maniera profonda l’opinione pubblica: coinvolte come parti lese decine di persone normali, pazienti che si affidavano con fiducia ai medici. E che hanno subìto interventi chirurgici inutili o addirittura dannosi, solo perché i medici volevano fare cassa. A Milano sono ora sotto processo nove imputati, per 88 imputazioni di lesioni gravi (a qualche paziente è stato asportato un pezzo di polmone, per esempio, senza che ce ne fosse bisogno), oltre a 40 truffe ai danni di Asl e Regione Lombardia e a decine di falsificazioni delle cartelle cliniche. È un esempio di processo “virtuoso”, perché condotto finora in maniera molto rapida. I pm arrestano il chirurgo Pier Paolo Brega Massone nel giugno 2008. Il successivo 12 luglio chiedono per gli imputati il rito immediato (che equivale alla richiesta di rinvio a giudizio). Già il 17 luglio il giudice dell’indagine preliminare emette il relativo decreto e il dibattimento in aula comincia il 2 dicembre 2008. Ma le parti civili, che rappresentano i poveri pazienti, sono oltre 40, una cinquantina gli avvocati, 154 i testimoni. Il Tribunale ha già celebrato 43 udienze. Ma ora la nuova legge imporrà lo stop al processo il 12 luglio 2010. Il Tribunale deve sentire ancora i consulenti tecnici e i difensori hanno annunciato, data la delicatezza dei casi in esame, la richiesta di numerose perizie mediche e scientifiche. Sembra dunque già impossibile che in meno di sette mesi si possa riuscire a portare a termine il processo. I pazienti operati e mutilati e i loro famigliari sono avvisati: non avranno giustizia.

2. Antonveneta, i furbetti la fanno franca

È la più nota delle scalate dei “furbetti del quartierino” che nell’estate del 2005 si lanciarono all’assalto della Banca Antonveneta. Per quell’attacco sono oggi a Milano sotto processo 19 persone, tra cui il regista dell’operazione, l’amministratore delegato della Banca Popolare di Lodi Gianpiero Fiorani, insieme con chi, invece di fare l’arbitro, lo aiutò a battere la concorrenza degli olandesi di Abn Amro, e cioè il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio e il capo della Vigilanza Francesco Frasca. Imputati anche il senatore di Forza Italia Luigi Grillo, gli immobiliaristi Luigi Zunino, Stefano Ricucci e Danilo Coppola, oltre agli ex vertici di Unipol, Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti. Reato contestato: l’aggiotaggio, che secondo l’accusa avrebbe tolto illegittimamente la banca padovana agli olandesi. Il dibattimento è cominciato il 23 ottobre 2008, il rinvio a giudizio è del 23 maggio 2008, ma i pubblici ministeri che hanno realizzato l’indagine, Francesco Greco, Giulia Perrotti ed Eugenio Fusco, hanno depositato le loro richieste di rinvio a giudizio già il 25 luglio 2007. Lo stop per il processo è dunque già scattato, il 25 luglio 2009. Tutto il lavoro fatto finora – due anni di indagini, una lunga e complessa udienza preliminare, un anno di dibattimento – è inutile: liberi tutti. Alcuni degli imputati in questo processo sono a giudizio anche in altri procedimenti, come quello per la scalata Bnl. Gianpiero Fiorani, poi, è già stato condannato a Lodi (a tre anni e sei mesi di carcere) in primo grado per falso in bilancio. Ma niente paura: sono a tutt’oggi incensurati e dunque godranno della prescrizione salva-colletti bianchi.

3. Bnl, nessuna giustizia

Sono 28 gli imputati nel processo che si aprirà a Milano per l’assalto del 2005 alla Bnl. Tra questi, l’ex presidente di Unipol Giovanni Consorte, «motore della scalata», i suoi collaboratori Ivano Sacchetti, Carlo Cimbri e Pierluigi Stefanini, l’ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio e il suo capo della Vigilanza Francesco Frasca, gli immobiliaristi Stefano Ricucci, Giuseppe Statuto, Danilo Coppola e Vito Bonsignore, il finanziere Emilio Gnutti, i banchieri Giovanni Zonin e Divo Gronchi (Bpv), Guido Leoni (Bper) e Giovanni Berneschi (Carige), oltre ai responsabili della Deutsche Bank. Ma saranno tutti miracolati dalla legge sulla prescrizione breve per gli incensurati. Era l’estate del 2005 quando i “furbetti del quartierino” si lanciarono all’assalto della Banca nazionale del lavoro, mentre negli stessi mesi erano sotto attacco anche Antonveneta e Corriere della sera . Il reato contestato nel processo è aggiotaggio, cioè divulgazione di notizie false per alterare il corso di un titolo in Borsa. L’obiettivo: scalare la banca romana, con la benedizione della Banca d’Italia, mettendo fuori gioco il Banco di Bilbao che aveva contemporaneamente avviato sul mercato l’iter previsto per acquisire le azioni. Il giudice per le indagini preliminari ha firmato i 28 rinvii a giudizio il 18 settembre scorso. La prima udienza del dibattimento è fissata per il primo febbraio 2010. Ma la mannaia della prescrizione calerà allo scadere dei due anni dalla richiesta di rinvio a giudizio, avvenuta il 3 giugno 2008: dunque il 3 giugno 2010. Impensabile che il tribunale riesca a terminare in soli quattro mesi un processo su una materia così delicata e complessa.

4. Processi come lo yogurt, con data di scadenza

Come lo yogurt, i processi italiani avranno la data di scadenza: alla fine del secondo anno a partire dal giorno della richiesta di rinvio a giudizio. Così non avranno giustizia i 150 mila risparmiatori italiani rimasti coinvolti nei crac della Parmalat (imputato Calisto Tanzi e altre 22 persone) e della Cirio di Sergio Cragnotti. La richiesta di rinvio a giudizio per Cragnotti e altri imputati – tra cui il banchiere Cesare Geronzi – è del 25 settembre 2007. La scadenza è dunque già scattata: il 25 settembre 2009. Non avranno molto probabilmente giustizia neppure le famiglie dei sette operai morti nel   2007 nel rogo della ThyssenKrupp : alla sbarra sono, a Torino, i dirigenti della fabbrica che facevano lavorare gli operai senza rispettare le norme di sicurezza; il tempo sarà scaduto nel 2010. Non arriverà a sentenza neppure il processo per le morti causate dall’amianto (3 mila lavoratori) della Eternit : inizierà a Torino il 10 dicembre, avrà due imputati, ma uno stuolo di parti civili: ben 736 persone e 29 enti. In fumo il lavoro di Luigi De Magistris: finirà in nulla il processo nato dall’inchiesta Why not da lui avviata a Catanzaro. Inutili i processi sulla politica e sulla pubblica amministrazione : la corruzione non è stata inserita nelle eccezioni alla prescrizione breve, mentre lo è stata (per volontà della Lega) l’immigrazione clandestina. «Quasi tutti i nostri processi sono destinati a naufragare», racconta un sostituto procuratore che lavora a Roma, «poiché dalla richiesta di rinvio a giudizio alla prima udienza del dibattimento passa da noi in media un anno e quattro mesi. Impensabile di arrivare a sentenza in otto mesi».  Tratto da: Il Fatto quotidiano

NOSTRO COMMENTO: Guardate che danno ha creato a l’Italia il processo breve per salvare il Premier ed i politici corrotti. Ma dove c’è scritto che bisogna salvare ad ogni costo il Premier costi quel che costi? Non è riuscito con il Lodo Alfano e tenta ora con il processo breve. Fa’ bene Cavaliere! La colpa è sempre degli Italiani che hanno votato e continuano a votare per il PDL. Continui così ! Ha tutto il Ns appoggio. Del resto nel PD non c’è nessuno che La possa contrastare. Anzi c’è gente che scappa ed il solito Di Pietro che Le fa  continuamente, ed in modo maniacale,  propaganda gratis! Che dire! Meno male che Silvio c’è! A proposito! E’ di Suo gradimento la foto che Le ho scelto!

IL 1989

di Nicola Tranfaglia – 10 novembre 2009 (Fonte: Antimafia2000)

tranfaglia-nicola-In tutto il mondo si ricorda e si festeggia la distruzione del muro di Berlino che avvenne esattamente venti anni fa e fu una svolta per la storia dell’Europa e del pianeta Terra.

Due anni dopo crollò l’impero sovietico e all’URSS si sostituì la Federazione russa mentre l’Europa orientale ritornò agli stati nazionali e paesi che facevano già parte dell’Unione Sovietica ritrovarono la loro indipendenza.

Oggi, a vent’anni da quell’avvenimento, è ancora presto per compiere un bilancio completo di quei fatti ma si possono avanzare alcune considerazioni sullo stato del nostro pianeta.

La guerra fredda, che in Italia era stata pesante e assai lunga, finiva in quei giorni ma proprio a noi italiani sarebbe toccato sentirne parlarne per tanti anni da una destra berlusconiana in grave difficoltà politica se tutti ammettessero che il comunismo è crollato e che tanti, tra quelli che criticano il berlusconismo, nulla hanno a che fare con l’URSS e il comunismo.

Il fatto è che il crollo del muro di Berlino dà il via a una storia nuova che ha aspetti molto positivi ma, come è inevitabile, anche aspetti negativi.

Da una parte la caduta del muro e il crollo dell’impero sovietico sono stati, senza dubbio alcuno, la fine di un regime a lungo oppressivo e dittatoriale che non ha rappresentato un’alternativa credibile per la democrazia parlamentare o presidenziale che si è affermata nello stesso periodo in Occidente.

Dall’altra, come ha scritto anche Angelo D’Orsi in un suo libro sull’89, c’è stato in questi anni un fallimento di molti progetti che è sfociato nella grave crisi economica di questi ultimi anni. “I processi di trasformazione mondiale post-89 investirono innanzitutto l’economia e in quanto tale dobbiamo darne conto. Si dovette attendere qualche tempo prima che sparuti analisti, via via seguiti da altri, cominciassero a porre in luce i drammi e le diverse problematiche della globalizzazione, i costi sociali, l’omologazione culturale, i rischi ambientali, a lungo sottovalutati e da poco oggetto di contestazione e di studio….Occorre appunto interrogarsi sulle varie ragioni, spesso impensate, del nuovo disordine mondiale, succeduto alla fine del mondo bipolare, che a suo modo aveva un ordine e delle regole interne… Non di mera economia, dunque, si tratta, ma di una gestione dell’economia a vantaggio dei più forti: Paesi, classi, lobbies.”

Si può essere, come è ovvio, e noi siamo meno pessimisti di quanto appare lo storico dell’Università di Torino ma non c’è dubbio che il mondo stia attraversando un periodo tutt’altro che facile giacché alla crisi economica diffusa e non ancora finita (al di là delle tesi ottimistiche di qualcuno) si unisce il crepitare delle armi e degli attentati in Iraq e in Afganistan, la crisi di tutte le democrazie europee e dell’Occidente, il distacco crescente dalla politica di masse sempre più vaste, e qui in Italia un governo che appare tra i peggiori del pianeta per la sua politica economica e per il tentativo sempre più evidente di distruggere la libertà di espressione e di informazione nel paese. Non c’è una ricetta facile per uscirne ma il ricordo di quell’89 e l’atmosfera di liberazione che derivò da quei giorni è uno strumento importante per riprendere slancio e unirsi contro chi chiama tutti comunisti ma alla fine quello che non vuole è soprattutto la libertà e il dissenso.

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